La sanità dei primari con la tessera
December 19, 2007 – 10:26 pmL’accusa: «Il fenomeno è terrificante in Campania, Calabria, Sicilia… Ma riguarda tutto il Paese»
Per un trapianto di reni vi affidereste a un primario casiniano o diessino, forzista o mastelliano? Se la domanda vi sembra idiota, toccate ferro: i primari vengono scelti così, per la tessera, sempre più spesso. Il bubbone è scoppiato a Genova, grazie allo sfogo di un notissimo chirurgo. Ma lo scandalo si sta rapidamente allargando e forse richiamerà finalmente l’attenzione pubblica su un tema troppo a lungo occultato: le mani della politica nelle nomine perfino delle persone cui è affidata la nostra vita.
Ma partiamo dalla cronaca. Nell’aula magna dell’ospedale universitario San Martino di Genova, uno dei più antichi e dei più grandi d’Europa, Edoardo Berti Riboli tiene la relazione di chiusura della sua presidenza della Società ligure di chirurgia. Occasione solenne. Atmosfera formale. Finché il relatore butta lì: «Marco Bertolotto è diventato primario mentre era presidente della Provincia di Savona. Non ha nemmeno pensato di dimettersi o di andare in aspettativa. È diventato primario perché era politico o politico perché era medico?». È l’inizio d’un atto di accusa violentissimo. Contro i colleghi: «Ci sono chirurghi che non hanno mai davvero esercitato e sono stati promossi grazie alla lunga e fedele militanza politica ». Contro le «scorribande» delle lobby: «San Martino è terra di conquista per un intreccio tra politica e massoneria. C’è un chirurgo assunto grazie a by-pass massonici».
Contro i partiti: «Nel nostro ambiente si procede soltanto grazie al partito. Fra destra o sinistra non faccio differenze. Hanno la stessa voracità, solo che la sinistra è molto più strutturata ». Contro il governatore Claudio Burlando: «Si comporta come un dittatorello sudamericano… Se noi dobbiamo ringraziare chi ha curato i nostri genitori gli regaliamo dei fiori. Lui per dimostrare la sua gratitudine alla dottoressa che ha curato suo padre ha creato un reparto di ospedale».
E via così. Parole pesanti. Subito raccolte dal Secolo XIX. E da Burlando respinte con amarezza: «È un attacco di cattivo gusto che rientra in uno scontro tra quelli che una volta si chiamavano “baroni”. Non sapevo nemmeno che avessero creato un reparto nuovo. È vero che mio padre è stato curato in quel reparto, ma questo mi ha fatto soltanto capire quanto sia importante. Ho visto che per fare certi esami era necessario perfino andare a Torino… ». Neanche il tempo che l’accorata difesa del governatore e di alcuni primari tirati in ballo a partire da Marco Bertolotto («Sono stato nominato con regolare concorso. Si dice sempre che gli amministratori non devono essere politici di professione e poi se uno fa il presidente della Provincia e il medico lo si accusa di essere raccomandato») fossero pubblicate, e il giornale rilanciava le rimostranze del direttore della clinica oculistica Giovanni Calabria: «Noi in un anno forniamo 20mila prestazioni, Foniatria 200. Invece di dargli due stanze in più gli hanno dato 800 metri quadri. Per un medico e l’assistente». E perché? «Eccesso di zelo. Quando siamo andati dal direttore sanitario Gaetano Cosenza a fargli presenti le nostre difficoltà ha risposto che la realizzazione del nuovo reparto era un desiderio espresso da Burlando, che aveva identificato la mancanza di questo servizio e gli aveva detto di crearlo». Replica Burlando: «Dover andare a Torino per quel genere di cure non lo ritenevo tollerabile, per una città come Genova». Troppo spazio? «È una cosa che nemmeno io so spiegarmi. Io ho solo evidenziato una criticità che pesava sui cittadini… ».
Chi abbia ragione e chi torto si vedrà. Così come si vedrà se i medici tirati in ballo riusciranno a spiegare le loro ragioni e se la polemica politica, sollevata dentro la stessa sinistra dal consigliere Franco Bonello prima ancora che dal capogruppo di An Gianni Plinio, finirà per diventare incandescente o se prevarrà il silenzio in base all’antico monito evangelico: «Chi è senza peccato… ». Certo è che lo scandalo genovese getta sale su una ferita che è forse poco nota alla pubblica opinione ma da tempo sanguina nel corpo stesso dei medici italiani: il problema della scelta dei direttori generali e più ancora dei primari. Se la tesi che le politiche sanitarie devono essere decise dalla politica e che spetta dunque alla politica nominare i vertici delle Asl, tesi sostenuta sia a destra sia a sinistra, è più complicato convincere i cittadini sulla legittimità che anche un primario di ostetricia possa essere scelto sulla base dello schieramento politico. O peggio ancora partitico.
Eppure così avviene. E non solo in Liguria. Lo sostengono, ad esempio, tutti i medici via via coinvolti sul sito polis- savona.it nella discussione aperta dal dottor Giorgio Menardo. Il quale spiega che, cancellati i vecchi concorsi dove la commissione era composta da «un professore universitario, estratto a sorte dagli elenchi nazionali, tre primari ospedalieri della materia anche loro sorteggiati, ed un medico dirigente del ministero della Salute con un rappresentante dell’amministrazione locale che bandiva il concorso (…), vi sono oggi due primari ospedalieri quasi sempre della stessa regione ove ha sede l’ospedale che bandisce il posto ». Gente direttamente coinvolta. Peggio, l’esame vero e proprio non c’è più: «È solo una formalità che nella stragrande maggioranza dei casi si conclude con la dichiarazione che tutti i concorrenti sono idonei a ricoprire quel posto lasciando al Direttore Generale carta bianca nel scegliere chi vuole». Risultato: la politica pesa tanto che, dato che si sa già chi vince, crolla ovunque il numero dei partecipanti ai concorsi. Direte: possibile? Sul serio i primari sono spesso scelti solo per le simpatie politiche? «Non spesso, sempre», risponde secco Stefano Biasioli, segretario nazionale della Cimo, la Confederazione Italiana Medici Ospedalieri, considerata a torto o a ragione vicina ai moderati. «È un’intrusione massiccia. Pesantissima. Non solo nella scelta dei primari ma anche dei medici, degli infermieri… Nelle regioni di destra e di sinistra. Certo, il fenomeno in Campania, in Calabria o in Sicilia è terrificante. Ma riguarda, purtroppo, tutto il Paese. Tutto ». Carlo Lusenti, il segretario dell’Anaao, conferma: «Se non sempre, la politica ci mette il naso nove volte su dieci. Per carità, non c’è solo la politica. Ci sono le lobby universitarie, le cordate, i sindacati… Ma è certo che, se non si cambia il sistema delle nomine…».
6 Responses to “La sanità dei primari con la tessera”
Lascia che ti racconti quel che è capitato a me. Laureata in corso e col massimo dei voti in psicologia, mi metto a fare concorsi su concorsi per un posto di ruolo. Spinte: zero da sempre, mai volute e anzi sempre evitate amicizie o contiguità sospette. Nei concorsi o mi piazzo nei primissimi posti o mi tagliano fuori alla prima prova. E ogni volta che mi fan fuori sono certa di aver fatto una prove perfetta (ogni tanto qualche giornale ripesca la vecchia storia che chi è troppo bravo ma non ha appoggi lo segano subito altrimenti darebbe troppo fastidio ai raccomandati incapaci che devono vincere: bene, ho il forte sospetto di averne fatto le spese più di una volta).
Alla faccia di tutta questa bella gente riesco a farmi assumere dopo anni di peregrinazioni e rospi ingoiati, qualche graduatoria estinta proprio quando era il mio turno e anche qualche molestia (non solo sessuale, ma anche politica) da parte di chi aveva il potere di farmi assumere e mi voleva solo a certe condizioni.
Entro in ruolo piena di voglia di fare e di meritare il mio stipendio, mi trovo a lavorare in una sanità pubblica burocratica e inefficiente non solo verso i suoi assistiti ma anche verso i suoi dipendenti obbligati da dirigenti incapaci e corrotti a svolgere compiti del tutto inutili (buoni solo a far fare bella figura al politico a cui leccano i piedi), sommersi da montagne di carta che non servono a nulla, insomma costretti istituzionalmente all’inefficienza dai centomila capi e dirigentucoli che spuntano come funghi (regalare cariche inutili è il modo più sbrigativo per dare e ricevere favori).
Poi arriva la presunta manna dal cielo: le USL diventano ASL, cioè aziende (WOW!). Disastro totale. Tutto quel che si faceva prima di inutile e inefficiente viene moltiplicato al cubo. Lavorare è ormai impossibile. I cittadini giustamente protestano che non ci siamo mai o siamo sempre impegnati in altri compiti: è vero, siamo sempre obbligati a presenziare a riunioni meeting briefing gruppi di lavoro e quant’altro. Roba inutile ma utile a far credere a chi di dovere che i centomila capi e capetti stanno lavorando alacremente.
Insomma, dopo un po’ io, che non sopporto l’inefficienza anche se ben pagata, mando tutti affanculo (scusa il francesismo).
Mi metto in proprio sapendo bene che vado dalla padella nella brace: perché, contrariamente a quanto l’italiota medio pensa, i liberi professionisti non sono tutti dei marpioni evasori pieni di soldi. Accanto a questi ce n’è una marea che vivacchia come può. E che come me fa i conti con uno stato che pretende una dichiarazione dei redditi almeno di un certo livello, sennò sei un evasore a prescindere e devi pagare comunque delle tasse in base a quel che lo stato presume tu incassi. Sapevo che sarei entrata in questa bolgia e infatti mi sono attrezzata: non vivo solo delle mie entrate come libera professionista della sanità ma ho anche una attività parallela che con la sanità non c’entra nulla. Tutto in regola, tutto alla luce del sole perché sono probabilmente un po’ pirla. Piccolo particolare: i miei committenti migliori sono esteri. Quelli italiani sono la quintessenza del cialtrone italiota furbino e ladruncolo: fan di tutto per non pagarti, se insisti ti pagano in ritardo e le trovano tutte per piantare grane. Con gli stranieri non c’è problema: concordi il lavoro, lo fai, lo fai bene e ti apprezzano, ti pagano (bene e nei tempi concordati).
Stessa cosa mi succede tutte le volte che mi hanno cercata (a me come ai miei colleghi professionisti capita spesso) giornali o radio per avere qualche pezzo scritto o qualche consulenza su temi sanitari: mi ha cercata una radio svizzera, io neppure ho parlato di denaro e loro come se la cosa fosse naturalissima mi hanno detto che mi avrebbero mandato l’onorario con un bonifico. I giornali italiani invece o fingono di volerti pagare e poi spariscono o danno per scontato che scriverai gratis (la scusa è di solito “però intanto ti fai pubblicità”, al che io rispondo che io la pubblicità me la pago e che allora anche loro quando vanno al lavoro certo rifiuteranno la paga perché tanto scrivendo bene si faranno pubblicità).
Poi dicono che è colpa degli italiani che si piangono addosso. No, ragazzi, detto da una che non si piange addosso ma che si dà da fare molto e che ce l’ha con gli inefficienti e gli scorretti: l’Italia è fatta così, facciamocene una ragione; se uno ha un minimo di iniziativa non può che arrivare a un’unica conclusione, cercarsi committenti esteri e darci dentro al massimo. Perché con quelli italiani, pubblici o privati, l’andazzo è questo.
By Libera Dallacasa on Jan 9, 2008
Wow! Grazie per il tuo racconto e la tua testimonianza, apprezzo davvero. Ho visitato il tuo sito e credo che comprero’ il tuo libro: sono davvero curioso di leggere i tuoi racconti di vita vissuta.
By markino on Jan 9, 2008
Gentilissimo! Non pensavo di riscuotere tanto apprezzamento, ho scritto di getto perché l’argomento del tuo blog mi cattura e quando leggo cose così non riesco a tenere ferme le mani sulla tastiera
Io non ho esperienza di altri settori, ma posso dirti che nel settore del pubblico c’è un sacco di bravissimi dipendenti, seri, preparati, onesti che sprofondano nella disperazione totale perché sono impantanati in un sistema marcio in cui a chi ha voglia di fare è letteralmente impedito di lavorare. Per tanti motivi: dirigenti inetti, organizzazione da terzomondo, burocrazia a livelli drammatici…
Dicendo questo non giustifico i dipendenti lavativi né tantomeno i maleducati (io quando ho visto che non c’era più nulla da fare non sono rimasta lì a sfogare le mie paturnie contro gli utenti ma ho sbattuto la porta).
Purtroppo molti non hanno alternative e stanno lì anche se il lavoro è orrendo e li fa sentire inutili (come i giudici di cui parla uno dei tuoi post più recenti), ma molti stanno lì anche perché non hanno il coraggio di andarle a cercare o di inventarsele, le alternative.
E dopo queste righe penso tu abbia già capito come la penso riguardo al tuo dilemma se espatriare o no. Se hai i numeri e hai voglia di fare… la risposta vien da sé :-)))))))))))))))
By Libera Dallacasa on Jan 13, 2008
Leggevo giusto oggi di un caso di favori sessuali in cambio del contratto, successo all’Asl di Potenza. Che schifo…
(PS: Libro letto e piaciuto)
By markino on Jan 14, 2008
Che poi alla fine le pretese sessuali son davvero la meno, è tutto il sistema che è sgangherato e sporco. Davvero, io non credo più che le cose possano migliorare a breve.
By Libera Dallacasa on Jan 14, 2008
Ah, dimenticavo (scusa la mia maleducazione): grazie per averlo letto e per averlo apprezzato.
By Libera Dallacasa on Jan 14, 2008