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	<title>Scappare Via &#187; Giustizia</title>
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	<description>Tanti buoni motivi per scappare da questo paese malconcio</description>
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		<title>Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 07:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi E&#8217; successo a Trento. Marito e moglie condannati a sei e quattro mesi Avevano scaricato alcuni oggetti tecnologici in un&#8217;area destinata ad altri rifiuti TRENTO &#8211; Per liberarsi rapidamenente del vecchio televisore avevano deciso di abbandonarlo per strada. Per questo motivo marito e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi</h1>
<h3>E&#8217; successo a Trento. Marito e moglie condannati a sei e quattro mesi<br />
Avevano scaricato alcuni oggetti tecnologici in un&#8217;area destinata ad altri rifiuti</h3>
<p>TRENTO &#8211; Per liberarsi rapidamenente del vecchio televisore avevano deciso di abbandonarlo per strada. Per questo motivo marito e moglie di Trento sono stati condannati rispettivamente a sei e quattro mesi di carcere e a pagare un&#8217;ammenda da 2000 euro.</p>
<p>La vicenda risale al 30 novembre 2006, quando in una zona periferica di Trento un furgone scaricò in un&#8217;isola ecologica un vecchio televisore, una fotocopiatrice ed una stampante. Ma per il giudice Giuseppe Serao furono violate le norme ambientali. Materiali come il tubo catodico e il toner non possono essere abbandonati per strada, neppure in un&#8217;isola ecologica che può ricevere altri rifiuti, ma non quelli di origine &#8220;tecnologica&#8221;. Per questo motivo ha condannato Marianna Meszaros, 34enne di origini ungheresi, e il 58enne marito Giuseppe Sbaffo.</p>
<p>A denunciare i coniugi alla polizia furono dei testimoni che fotografarono gli oggetti abbandonati e la targa del mezzo dal quale furono scaricati i rifiuti secondo legge non a norma.</p>
<h6><!-- fine TESTO -->(La Repubblica, <!-- inizio DATA -->12 luglio 2008<!-- fine DATA -->) <!-- fine TITOLO --></h6>
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		<title>Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 14:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dentro le aule Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni Giustizia condannata Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Dentro le aule Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni</h3>
<h2>
Giustizia condannata</h2>
<h3>
Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo</h3>
<p>Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra dodici anni abbondanti, quando sarà un vecchio rottame (calcisticamente) perfino il baby Pato, hanno dovuto segnarselo su un quaderno: appuntamento in tribunale. Così gli avevano detto: se il buon Dio li manterrà in salute (hanno già passato la settantina: forza nonni!), se quel giorno non verranno colpiti da un raffreddore, se il giudice non avrà un dolore cervicale, se il cancelliere non sarà in ferie, se gli avvocati non saranno in agitazione, se l’Italia non sarà bloccata da uno sciopero generale con paralisi di tutto, se non mancherà qualche carta bollata, se non salterà la corrente elettrica, Sua Maestà la Giustizia si concederà loro in udienza. E potranno finalmente discutere della loro causa contro l’Inps.</p>
<p>Dopo di che, auguri. Di rinvio in rinvio, col ritmo delle nostre vicende giudiziarie, già immaginavano una sentenza tra il 2025 e il 2030. Magari depositata, cascando su un giudice pigro, verso il 2035. Già centenari.Ma niente paura: sulla base della legge Pinto avrebbero potuto ricorrere in Appello contro la lentezza della giustizia. E ottenere l’«equa riparazione » per avere aspettato tanto. Certo, avrebbero dovuto avere pazienza: da 2003 al 2005 i ricorsi di questo tipo sono infatti raddoppiati (da 5.510 a 12.130) e in certi posti come Roma ci vuole già oggi un’eternità (due anni) per vedersi riconoscere di avere atteso un’eternità. Quanto ai soldi del risarcimento, ciao… Le somme che lo Stato è costretto a tirar fuori ogni anno continuano a montare, montare, montare…</p>
<p>E per quella lontana data non è detto che ci sia ancora un centesimo. Il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, del resto, l’ha già detto: «Se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi finanziarie». Diagnosi infausta confermata il mese scorso dal ministero dell’Economia. Secondo il quale i cittadini che hanno «potenzialmente diritto all’indennizzo» per i processi interminabili sono «almeno 100mila» l’anno. Mettete che abbiano diritto a strappare in media 7 mila euro ciascuno e fate il conto. Erano già rassegnati, i due braccianti, a darsi tempi biblici quando il Tribunale, per evitare una figuraccia, li ha in questi giorni richiamati: era tutto un errore, l’appuntamento è solo nel 2013. Ah, solo nel 2013! Solo fra cinque anni! Ecco com’è, il libro sulla giustizia italiana scritto da Luigi Ferrarella e titolato, con un malizioso richiamo alla dannazione eterna, «Fine pena mai»: un libro sospeso tra il ridicolo e l’incubo.</p>
<p>Un formidabile reportage su un pianeta che tutti pensiamo di conoscere e che scopriamo di non conoscere affatto. Almeno non fino in fondo. Fino agli abissi di numeri e situazioni incredibili. Un racconto che trabocca di storie, aneddoti, personaggi curiosi e surreali ma che allo stesso tempo non concede un grammo al populismo, alla demagogia, al qualunquismo. E che proprio grazie a questa sobrietà ricca di humour ma esente da ogni invettiva caciarona, in linea con lo stile di Ferrarella che i lettori del Corriere bene conoscono, rappresenta la più lucida, netta e spietata requisitoria contro un sistema che rischia di andare a fondo. E di tirare a fondo l’intero Paese. Sia chiaro: non ci sono solo ombre, nella giustizia italiana. Di più: se ogni giorno si compie il miracolo di tanti processi che arrivano in porto, tante udienze che vengono aperte, tanti colpevoli che finiscono in galera e tanti innocenti che ottengono l’assoluzione, è merito di migliaia di persone perbene, giudici, cancellieri, impiegati, fattorini, che si dannano l’anima in condizioni difficilissime. Se non proprio disperate.</p>
<p>Ma certo, anche le luci mostrano quanto sia buio il contesto. Bolzano, che nonostante un buco del 45% negli organici riesce ad aumentare la produttività, ridurre l’arretrato e insieme dimezzare le spese abbattendo addirittura del 60% i costi delle intercettazioni fa apparire ancora più scandalosi i contratti stipulati separatamente dai diversi tribunali per l’affitto delle costose apparecchiature necessarie al «Grande Orecchio », affitto che configurava «uno sconcertante ventaglio dei costi da 1 a 18 per lo stesso servizio». Torino, «capace tra il 2001 e il 2006 di ridurre di un terzo il carico pendente del contenzioso ordinario civile: una performance che, se imitata da tutti i tribunali italiani, in cinque anni avrebbe ridotto di 238 giorni il tempo medio di attesa di una sentenza civile» dimostra quanto siano incapaci di una reazione all’altezza la stragrande maggioranza degli altri uffici, dove si è accumulato un «debito giudiziario» spaventoso: «4 milioni e mezzo di procedimenti civili e 5 milioni di fascicoli penali». Una «macchina» sgangherata e infernale. Che «consuma più di 7,7 miliardi di euro l’anno» e per cosa? «Per impiegare in media 5 anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente; per far prescrivere da 150 a 200mila procedimenti l’anno, record europeo; per incarcerare ben 58 detenuti su 100 senza condanne definitive; per dare ragione o torto in una causa civile dopo più di 8 anni, per decidere in 2 anni un licenziamento in prima istanza; per far divorziare marito e moglie in sette anni e mezzo; per lasciare i creditori in balia di una procedura di fallimento per quasi un decennio; per protrarre 4 anni e mezzo un’esecuzione immobiliare».</p>
<p>Ma certo che ci sono raggi di sole. A Milano, per esempio, dall’11 dicembre 2006 si possono «emettere decreti ingiuntivi telematici. Il risultato del primo anno è stato fare guadagnare a cittadini e imprese richiedenti dai 12 ai 14 milioni di euro: cioè i soldi fatti loro risparmiare, nella differenza tra costo del denaro al 4% e tasso di interesse legale al 2,50%, dal fatto di poter disporre con quasi due mesi d’anticipo dei 700 milioni di euro che costituiscono il valore dei circa 3.500 decreti ingiuntivi emessi. Un effetto leva pazzesco: 100mila euro spesi per investire nella tecnologia, ma già 12-14 milioni di euro di ritorno per la collettività nel primo anno». Qual è la lezione? Ovvio: occorre assolutamente investire sulle nuove tecnologie. Macché. «Fine pena mai» dimostra che, dovendo tagliare e non avendo il fegato di tagliare là dove si dovrebbe ma dove stanno le clientele, le amicizie, le reti di interessi, hanno via via deciso di tagliare in questi anni perfino le email, gli accessi a Internet, l’acquisto di programmi elettronici, la messa a punto di software specifici, l’assistenza informatica.</p>
<p>L’ultimo somaro sa che se non puoi contare su un’assistenza efficiente, addio: il tuo computer può improvvisamente diventare inutile come un’auto senza ruote. Bene: su questo fronte «la disponibilità del ministero per il 2006 copre appena il 5% del fabbisogno annuale ». Auguri. Per non dire del casellario ancora aggiornato in larga parte manualmente e che dovrebbe diventare totalmente informatico quest’anno (e vai!) nonostante dovesse esserlo già dal 1989 (diciotto anni fa) e per questa sua arretratezza ha consentito ad esempio a una nomade «fermata in varie città 122 volte per furti o borseggi, e condannata a segmenti di pena di 6/9 mesi per volta» di totalizzare «in teoria 20 anni di carcere senza mai fare nemmeno un giorno in prigione». Colpa dei ministri di destra e di sinistra che si sono succeduti ammucchiando «troppe riforme» spesso in contraddizione l’una con l’altra. Del Parlamento che ha via via affastellato leggi su leggi votando ad esempio 19 modifiche alla custodia cautelare in tre decenni.</p>
<p>Dei politici che non hanno mai trovato la forza, il coraggio, lo spirito di servizio per dare «insieme» una nuova forma a un sistema giudiziario che ormai è così sgangherato che riesce a recuperare «soltanto dal 3% al 5%» delle pene pecuniarie, con una perdita secca annuale di 750 milioni di euro, cioè sette miliardi in un decennio, «nonché di 112 milioni di euro di spese processuali astrattamente recuperabili ». Così cieco che, taglia taglia, offre per le spese agli uffici giudiziari di Campobasso 138 mila euro e poi ne spende un milione, sette volte di più, per risarcire i cittadini vittime della giustizia troppo lenta anche per mancanza di fondi. E i magistrati? Tutti assolti? Ma niente affatto, risponde Ferrarella. Il quale non fa sconti a nessuno. E se riconosce qualche buona ragione a chi tende a inquadrare certi ritardi «nel contesto», contesto che è «il migliore avvocato difensore » del giudice sotto accusa, non manca di denunciare assurdità che gridano vendetta. Possibile che perfino chi si «dimenticò » in galera 15 mesi un immigrato se la sia cavata con una semplice censura perché «era la prima volta»? Che non abbia pagato dazio neanche chi ha depositato sentenze «riguardanti cause decise più di sette anni prima»? Che 3.612 istruttorie aperte per accertare la responsabilità delle «toghe» in 3.612 casi di indennizzo per processi troppo lenti si siano concluse con 3.612 assoluzioni?</p>
<h6>Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 22 gennaio 2008</h6>
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		<title>Malata per il tribunale, era in regata. Giudice punita col trasferimento</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 01:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cecilia Carreri, magistrato a Vicenza, in permesso per sei mesi a causa di un forte mal di schiena, partecipava a gare estreme in barca a vela Malata per il tribunale, era in regata giudice punita col trasferimento Il Csm le ha tolto un anno di anzianità e l&#8217;ha spostata d&#8217;ufficio Ha detto che lo sport [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cecilia Carreri, magistrato a Vicenza, in permesso per sei mesi<br />
a causa di un forte mal di schiena, partecipava a gare estreme in barca a vela<!-- fine OCCHIELLO --></p>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Malata per il tribunale, era in regata<br />
giudice punita col trasferimento</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO -->Il Csm le ha tolto un anno di anzianità e l&#8217;ha spostata d&#8217;ufficio<br />
Ha detto che lo sport le era stato prescritto come cura</h3>
<p><strong>ROMA</strong> &#8211; In ufficio non poteva andare per un mal di schiena talmente forte da impedirle di stare addirittura seduta. In barca vela, però, riusciva a muoversi con disinvoltura tanto da partecipare a una difficile regata in preparazione di una transaoceanica. Cecilia Carreri, giudice per indagini preliminari in servizio a Vicenza, è stata &#8220;condannata&#8221; dalla sezione disciplinare del Csm a una sanzione tutto sommato lieve: la perdita di un anno di anzianità e il trasferimento ad altro ufficio.</p>
<p>La vicenda risale al 2005 ed è arrivata al Consiglio superiore della magistratura grazie a un rapporto del presidente della Corte d&#8217;appello competente che raccontava come la collega si fosse &#8220;assentata dall&#8217;ufficio a più riprese e per periodi molto lunghi per motivi di salute&#8221; ma che tutto ciò non le aveva impedito di &#8220;svolgere &#8216;attivita&#8217; fisica altamente impegnativa&#8221;. Quindi il Pg della Cassazione Mario Delli Priscoli aveva promosso il procedimento contestando alla donna di aver &#8220;gravemente mancato ai propri doveri&#8221;.</p>
<p>Nel 2005, la skipper con la toga aveva goduto prima di 45 giorni, poi di sei mesi di aspettativa per ragioni di salute, dal 26 febbraio al 26 agosto. Ma tra luglio e agosto di quell&#8217;anno aveva partecipato, a bordo di &#8220;Mare verticale&#8221; alla Rolex Fastnet race, una gara tra le imbarcazioni di altura che si disputa al largo delle coste della Gran Bretagna e che è preparatoria della transoceanica Transat Jacques Vabre. Una circostanza impossibile da negare, visto che della presenza del giudice-skipper dava conto il diario di bordo scaricato da un sito Internet, con tanto di foto e di un suo pensiero. Ma non era bastato. Dal 30 agosto al 28 ottobre il magistrato con la passione della vela aveva preso un ulteriore periodo di aspettativa per malattia, al termine del quale aveva partecipato in congedo ordinario alla transoceanica. La sua presenza a quest&#8217;ultima regata aveva avuto una &#8220;vasta eco&#8221; sulla stampa nazionale e locale e persino sul quotidiano francese &#8220;Liberation&#8221;. Delle sue avventure estreme, in mare, in montagna, anche in solitaria, esiste in rete abbondante documentazione. Cecilia Carreri ha anche <u>un bel sito</u> nelle quali le racconta e ne ha scritto almeno un libro intitolato, appunto, &#8220;Mare verticale&#8221;.<br />
<!--inserto--></p>
<p id="adv180x150m"><script language="JavaScript">    <!--  OAS_RICH('Middle');  //--></script></p>
<p><!--/inserto--><br />
Lei, però, raggiunta telefonicamente dall&#8217; Ansa, dice: &#8220;Non sono io. Non mi riconosco in quella notizia. Ma se se vuole parliamo di vela e di alpinismo. La regata transoceanica che ho fatto l&#8217; ho compiuta in un periodo di ferie accordato dal presidente del Tribunale. Il ritorno mediatico che c&#8217;è stato è stato solo un fatto positivo che ha dato onore e prestigio alla magistratura&#8221;.</p>
<p>Tutto ciò, però, aveva provocato &#8220;disagio&#8221; e &#8220;commenti critici&#8221; tra i colleghi e gli avvocati del suo distretto, quantomeno sorpresi dal fatto che il giudice-skipper avesse potuto partecipare a una &#8220;prova così fisicamente impegnativa&#8221; dopo 9 mesi di congedo per malattia.</p>
<p>Invano davanti al Csm, la Carreri si è difesa spiegando che attività sportive di una certa difficoltà e di livello elevato le erano state &#8220;caldamente prescritte&#8221; per la sua patologia e che in ogni caso le sue assenze non avevano determinato alcun disservizio. &#8220;Le fatiche sportive, sicuramente, non sono state oggetto di prescrizioni mediche&#8221; l&#8217;ha contraddetta il Csm, citando i suoi stessi certificati medici. Nessun dubbio, dunque, sulla sua colpevolezza: &#8220;Nel partecipare alle regate veliche nei periodi di aspettativa concessi per motivi di salute ha violato i doveri di correttezza&#8221;. Ma non solo: la grande eco data alla sua partecipazione alla regata &#8220;ha determinato indubbiamente un grave danno alla immagine del magistrato e alla credibilità dell&#8217;istituzione giudiziaria&#8221;.<br />
<!-- fine TESTO --></p>
<h6>La Repubblica, 13 gennaio 2008</h6>
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		<title>A 83 anni chiede un risarcimento, udienza nel 2014</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 00:32:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A 83 ANNI CHIEDE UN RISARCIMENTO, UDIENZA NEL 2014 VICENZA &#8211; Per ottenere un risarcimento da una banca locale per investimenti non andati a buon fine una donna di 83 anni di Creazzo (Vicenza) ha presentato ricorso in appello, ma l&#8217;udienza è stata fissata tra sei anni, al 17 febbraio 2014. Al momento delle conclusioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>A 83 ANNI CHIEDE UN RISARCIMENTO, UDIENZA NEL 2014</h2>
<p>VICENZA &#8211; Per ottenere un risarcimento da una banca locale per investimenti non andati a buon fine una donna di 83 anni di Creazzo (Vicenza) ha presentato ricorso in appello, ma l&#8217;udienza è stata fissata tra sei anni, al 17 febbraio 2014.</p>
<p>Al momento delle conclusioni, così, l&#8217;anziana avrà quasi 90 anni. L&#8217;anziana è rimasta stupita quando il suo legale le ha comunicato la data dell&#8217;udienza: &#8220;che dire? E se andiamo in Cassazione? Francamente &#8211; ha detto al &#8216;Giornale di Vicenza&#8217; &#8211; vorrei vedere la decisione della corte d&#8217;appello, altrimenti non avrei nemmeno impugnato quella di primo grado. Vedrò, quindi, di riguardarmi, di evitare ogni eccesso, così da essere fra sette anni, ancora in buona salute&#8221;.</p>
<p>L&#8217;iter della causa era cominciato nel 2005 quando la pensionata, assistita dall&#8217;avvocato Giancarlo Schiavo, aveva citato una Cassa Rurale per chiedere il risarcimento per aver investito, a suo dire su suggerimento dell&#8217;istituto, circa centomila euro tra bond argentini e di una finanziaria. In primo grado, aveva avuto ragione per i bond argentini ma non per quelli della finanziaria. Da qui il ricorso in appello.</p>
<h6>Ansa, 12 gennaio 2008</h6>
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		<title>I giudici milanesi: «Siamo inutili»</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 00:25:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lettera denuncia per l&#8217;apertura dell&#8217;anno giudiziario I giudici milanesi: «Siamo inutili» «Il 70% dei processi riguarda &#8220;fantasmi&#8221; o reati coperti da indulto» MILANO — «Noi giudici del dibattimento? Lavoratori socialmente inutili. Ci sentiamo come i lavoratori americani degli anni Trenta, quando la logica economica del New Deal creava occupazione solo per consentire di percepire lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Lettera denuncia per l&#8217;apertura dell&#8217;anno giudiziario</h3>
<h1>I giudici milanesi: «Siamo inutili»</h1>
<h2>«Il 70% dei processi riguarda &#8220;fantasmi&#8221; o reati coperti da indulto»</h2>
<p><strong>MILANO</strong> — «Noi giudici del dibattimento? Lavoratori socialmente inutili. Ci sentiamo come i lavoratori americani degli anni Trenta, quando la logica economica del New Deal creava occupazione solo per consentire di percepire lo stipendio da spendere per far ripartire l&#8217;economia depressa: oggi pm, avvocati e giudici percepiscono lo stipendio (tutti dallo Stato) per fornire una giustizia penale del tutto inutile». In vista dell&#8217;inaugurazione dell&#8217;anno giudiziario a fine mese, a levarsi dalle toghe di Milano non è più neanche una protesta, ma «uno stato d&#8217;animo: di inutilità». Descritto da una lettera attorno alla quale in questi giorni sta coagulandosi l&#8217;umore dei 70 giudici dell&#8217;ufficio del dibattimento. Ciascuno di loro, «nonostante le limitazioni alla trattazione delle udienze e le condizioni &#8220;preistoriche&#8221; in cui lavoriamo», nel 2007 ha «deciso 200 processi monocratici, quasi 14.000 processi». Solo che, rimarca la sconfortata riflessione maturata da giudici delle varie sezioni del Tribunale, «per un buon 30% di processi si tratta di assolvere o condannare delle impronte digitali: stranieri mai identificati, che anni fa fornirono alla polizia un nome, ma che sono rimasti &#8220;fantasmi&#8221;».</p>
<p><strong>Poi ci sono gli imputati «identificati ma irreperibili», ignari di giudizi in contumacia</strong> che peraltro la Corte Europea ritiene contrari al «giusto processo». Ma il senso di inutilità «si aggrava se si considera l&#8217;altro 40% di processi che, pur contro imputati identificati e avvisati, riguardano reati per i quali il destino è o la prescrizione o l&#8217;indulto in caso di condanna ». Capolinea anche di molti gravi reati di competenza invece collegiale, «che impegnano ogni giudice per 8/10 udienze al mese, circa 100 giorni l&#8217;anno, in media dalle 9 alle 17», per definire nel complesso «in un anno circa 750 processi, una media di 30 per ogni collegio ».</p>
<p><strong>Processi nei quali, dal maggio 2006 dell&#8217;indulto, «facce più rilassate accolgono una condanna ad una pena rilevante con buona indifferenza</strong>, perché tanto non porterà mai alla carcerazione. L&#8217;unico servizio che provoca condanne e carcere » è «la bolgia dantesca» del «turno delle direttissime: una trentina di arresti al giorno per reati bagatellari, commessi quasi solo da stranieri irregolari che determinano condanne tra i 3 e i 12 mesi», le uniche «tutte rigorosamente espiate». Sia chiaro, spiegano i giudici, «non vogliamo carcere per tutti, né siamo stati tutti contrari alle ragioni dell&#8217;indulto». Ma «un sistema repressivo che non reprime», esemplifica il giudice Ilio Manucci Pacini, «è una fabbrica che non produce, è un ufficio che non rende un servizio che gira a vuoto». Con «lo Stato che paga magistrati, amministrativi, strutture, interpreti, difensori d&#8217;ufficio, notifiche: tutto per sentenze il cui senso ci sfugge». Sottile, affiora qui anche una insofferenza per l&#8217;enfasi posta dal dibattito pubblico quasi solo sui processi sotto i riflettori: «Molti di noi non sono mai andati sui giornali e non ci tengono, non si tratta di desiderio di notorietà. Vorremmo invece che nel dibattito sulle sorti della giustizia si considerassero non solo i processi importanti, ma il funzionamento della macchina nel suo complesso, e le cause delle disfunzioni».</p>
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		<title>Aspiranti giudici ma un po&#8217; somari, errori di grammatica e verbi sbagliati nelle prove scritte</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jan 2008 23:31:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Errori di grammatica e verbi sbagliati nelle prove scritte al concorso Oltre 4mila hanno consegnato ma solo 342 candidati sono stati ammessi agli orali Aspiranti giudici ma un po&#8217; somari Oltre il 90% bocciati agli scritti Un paradosso visto il record di domande di partecipazione (43mila) In servizio 322 nuovi magistrati, 58 in meno dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Errori di grammatica e verbi sbagliati nelle prove scritte al concorso<br />
Oltre 4mila hanno consegnato ma solo 342 candidati sono stati ammessi agli orali<!-- fine OCCHIELLO --></p>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Aspiranti giudici ma un po&#8217; somari<br />
Oltre il 90% bocciati agli scritti</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO -->Un paradosso visto il record di domande di partecipazione (43mila)<br />
In servizio 322 nuovi magistrati, 58 in meno dei posti da coprire</h3>
<p>ROMA &#8211; Verbi sbagliati, errori di grammatica e di ortografia. Un disastro per gli esaminatori che sono inorriditi di fronte a lacune da scuola dell&#8217;obbligo e incapacità di coniugare i verbi secondo regole elementari, e hanno respinto oltre il 90 per cento dei candidati aspiranti giudici. Al punto che, nonostante il numero da record dei partecipanti al concorso per l&#8217;accesso in magistratura (43mila domande), alla fine sono rimasti scoperti una sessantina dei 380 posti da assegnare.<br />
&#8220;Non faccio esempi per ragioni di riservatezza&#8221; prosegue Frasca, &#8220;posso dire solo che se il mio maestro delle elementari avesse visto in un mio compito verbi coniugati come in certe prove che ci sono state consegnate, mi avrebbe dato una bacchettata sulle dita&#8221;. Tuttavia il giudice Frasca non vede tutto nero: &#8220;Abbiamo trovato anche candidati con livelli di preparazione eccellenti&#8221; assicura, &#8220;punte esaltanti che inducono all&#8217;ottimismo&#8221;.</p>
<p>Una situazione che ha preoccupato la categoria e ha gettato ombre sulla formazione scolastica, universitaria e non solo, visto che la maggior parte dei candidati non era costituita da semplici neo-laureati, ma da avvocati, giudici onorari, funzionari della pubblica amministrazione, titolari di dottorati di ricerca e di specializzazioni giuridiche.</p>
<p>Questi i drammatici risultati registrati all&#8217;ultimo concorso che si è concluso con l&#8217;immissione in servizio di 322 nuove toghe, 58 in meno dei posti da coprire. Un risultato a dir poco inaspettato tenuto conto del vero e proprio boom di domande di partecipazione che c&#8217;era stato, senza precedenti nella storia della magistratura. Dell&#8217;esercito dei 43mila, ne sono stati ammessi alle prove scritte 18mila. Oltre 6mila candidati si sono effettivamente presentati e poco più di 4mila hanno consegnato tutte e due le prove scritte, il doppio dei precedenti concorsi.</p>
<p>Ma nonostante il dato così elevato, gli ammessi agli orali sono stati appena 342, pari all&#8217;8,53%. E una ventina di loro alla fine non è riuscita a tagliare il traguardo finale: i vincitori, proclamati dalla Commissione di esami, sono infatti stati 319 e altri 3 &#8211; che pur non avendo riportato alcuna insufficienza, non avevano raggiunto la votazione minima prevista &#8211; sono stati dichiarati tali con un provvedimento del ministro della Giustizia Mastella.</p>
<p>Dati preoccupanti che hanno indotto uno dei componenti della commissione d&#8217;esame, il giudice della Corte d&#8217;appello di Palermo Matteo Frasca, a esprimere &#8220;non poche perplessità sul livello medio di preparazione dei partecipanti&#8221;, in un intervento pubblicato sul sito del Movimento per la Giustizia. E le lacune riscontrate non sono solo giuridiche : &#8220;La conoscenza della lingua italiana è una pre-condizione per partecipare al concorso, ma alcuni candidati non ce l&#8217;avevano&#8221; racconta il magistrato. &#8220;Ci siamo trovati a fare la disarmante constatazione che in alcune prove c&#8217;erano errori di grammatica e di ortografia, oltre che di forma espositiva, testimonianze evidenti di una mancanza formativa, che non è emendabile&#8221;.</p>
<h6>La Repubblica, 7 gennaio 2008<!-- fine SOMMARIO --></h6>
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		<title>Sulle intercettazioni Berlusconi-Sacca&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2007 18:21:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come ovvio, tutti i giornali si stanno occupando del caso relativo alle telefonate intercettate fra Berlusconi e Sacca&#8217;. Tutti quanti stanno discutendo in merito al contenuto delle chiamate. Ma nessuno che si ponga una semplice domanda: Le registrazioni delle telefonate sono state depositate in tribunale come prova. Il giorno seguente erano online (in audio, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ovvio, tutti i giornali si stanno occupando del caso relativo alle telefonate intercettate fra Berlusconi e Sacca&#8217;. Tutti quanti stanno discutendo in merito al contenuto delle chiamate. Ma nessuno che si ponga una semplice domanda:</p>
<p><strong>Le registrazioni delle telefonate sono state depositate in tribunale come prova. Il giorno seguente erano online (in audio, non le trascrizioni!) nei siti di due dei piu&#8217; importanti periodici italiani. Come ha fatto una prova di quel genere a finire in mano ai giornali?</strong></p>
<p>Questo dovrebbe essere il vero caso. Finche&#8217; si trattava di trascrizioni, come gia&#8217; accaduto tante volte in tanti processi, qualche avvocato si e&#8217; trascritto parte delle comunicazioni e le ha girate alla stampa, probabilmente in cambio di qualche favore o qualcos&#8217;altro (e gia&#8217; questo, in un paese civile dovrebbe bastare per scatenare un putiferio, ma in Italia a quanto pare non preoccupa piu&#8217; di tanto). Ma stavolta si tratta della registrazione materiale. Come ha fatto, materialmente, ad arrivare dal tribunale ai giornali? Chi ha passato le registrazioni alla stampa? Ben pochi hanno accesso a quelle prove, giudici, pubblico ministero, pochi altri, tutti di alto livello nella scala gerarchica della giustizia. Che cosa fanno queste persone? Come si comportano? Perche&#8217;? Ma soprattutto: come e&#8217; possibile che questo accada e nessuno se ne faccia un problema?</p>
<h6>Markino, 21 dicembre 2007</h6>
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		<title>Giustizia, debiti record</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 16:36:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Processi lenti, risarcimenti in aumento. Il Tesoro: troppi 500 milioni all&#8217;anno ROMA — Al Tesoro fino a ieri la chiamavano «operazione aringa», perché ricontrollando da capo a fondo la loro spesa pubblica, i tedeschi avevano scoperto, scandalizzandosi alquanto, che lo Stato ancora dava i contributi decisi da Otto von Bismarck ai pescatori di aringhe nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Processi lenti, risarcimenti in aumento. Il Tesoro: troppi 500 milioni all&#8217;anno</h2>
<p><span style="font-weight: bold">ROMA</span> — <span style="font-weight: bold">Al Tesoro fino a ieri la chiamavano «operazione aringa», perché ricontrollando da capo a fondo la loro spesa pubblica</span>, i tedeschi avevano scoperto, scandalizzandosi alquanto, che lo Stato ancora dava i contributi decisi da Otto von Bismarck ai pescatori di aringhe nel Mare del Nord. Adesso a via XX Settembre hanno deciso di chiamarla semplicemente «revisione della spesa»: c&#8217;è poco da scherzare, perché da noi, da quando è cominciata, più che aringhe saltano fuori bombe a orologeria. Prassi, abitudini e leggi, qualche volta dimenticate, che producono o sono in grado di produrre sul bilancio pubblico effetti semplicemente «raccapriccianti» per dirla con il ministro dell&#8217;Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Meccanismi perversi tipicamente italiani, come la legge Pinto varata nel 2001 dal Parlamento che per accelerare i tempi della giustizia, ed evitare che la Corte di Strasburgo fosse sommersa di ricorsi da parte dei cittadini italiani, riconosceva «un&#8217;equa riparazione» a chi subisce i tempi «non ragionevoli» di un processo. La legge rispondeva alla Convenzione europea dei diritti dell&#8217;uomo, che dà diritto a ogni cittadino ad «un&#8217;equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole davanti a un tribunale indipendente». Nell&#8217;impianto originario della legge Pinto c&#8217;erano anche delle regole che andavano alla radice del problema, cioè accelerare le procedure della macchina giudiziaria. Nel corso della lunga discussione parlamentare, però, vennero cancellate. Ed è rimasto solo il deterrente, cioè l&#8217;istituto del risarcimento. Con il risultato che negli ultimi sei anni i tempi della giustizia sono diventati ancora più lunghi, mentre i risarcimenti della legge Pinto sono diventati sempre più numerosi e costosi.</p>
<p><span style="font-weight: bold">Al punto da rappresentare un altro pesante aggravio di lavoro per la già stracarica e lenta giustizia italiana</span>, e soprattutto un serio rischio per l&#8217;intera finanza pubblica italiana. Una «bolla» da mezzo miliardo di euro l&#8217;anno, pronta a scoppiare. Basta fare due conti, come ha fatto la Commissione tecnica per la spesa pubblica, per rendersene conto. Allo stato la quasi totalità dei circa 50 mila ricorsi civili che giungono annualmente in Cassazione ha superato i cinque anni di pendenza complessiva. E questo significa che almeno 100 mila soggetti l&#8217;anno (perché il risarcimento riguarda tutte le parti in causa, quindi almeno due) hanno potenzialmente diritto all&#8217;indennizzo. Calcolando un risarcimento medio di 4 mila euro a testa e altri mille per per il rimborso delle spese di difesa, «le sole cause introdotte in un anno potrebbero determinare — scrive la Commissione — una spesa di 500 milioni di euro». Mille miliardi di vecchie lire, ed è un calcolo abbondantemente per difetto, perché anche una parte significativa dei 150 mila procedimenti che ogni anno vengono introdotti in appello scivola oltre i cinque anni. Che non è il limite della «ragionevolezza », perché la legge non lo stabilisce con precisione, ma pare che così venga interpretato dagli stessi giudici. Secondo il Tesoro si tratta di un «onere latente», ma a guardar bene mica tanto. Anche perché lo stesso Tesoro non è in grado di dire effettivamente quanto si spende già oggi per la legge Pinto. Nel 2003 i procedimenti per l&#8217;equa riparazione furono poco più di 5 mila con una spesa di 5 milioni. Poi c&#8217;è stata una crescita rapidissima, 8.907 nel 2004, 12.130 nel 2005, 20.560 nel 2006. Il carico di lavoro della magistratura è cresciuto e le risorse stanziate in bilancio per coprire le spese di riparazione si sono rivelate insufficienti. Ogni anno gli esborsi hanno superato di gran lunga gli stanziamenti di bilancio (10 milioni nel 2005, 18 nel 2006), con il risultato che «i risarcimenti che non hanno trovato copertura sono andati ad alimentare il debito sommerso» del ministero della Giustizia, scrive la Commissione sulla spesa pubblica. A quanto ammonti la spesa reale nessuno lo sa: «Importi &#8211; si dice &#8211; di difficile quantificazione». Comunque abbastanza per convincere la Commissione sulla spesa pubblica e il ministro Padoa-Schioppa che occorra far qualcosa. Ma cosa? «La riduzione della durata dei processi è un obiettivo indeclinabile per migliorare le dinamiche della spesa» dice la Commissione. Ma pur essendo «obiettivo prioritario » da tempo i risultati scarseggiano. Negli ultimi vent&#8217;anni lo stock delle cause civili arretrate è triplicato e nel 2004, tra primo e secondo grado, superava i 3 milioni di procedimenti. Nello stesso periodo i processi penali sono raddoppiati, e così la durata media: dal 1975 al 2004 la lunghezza delle cause civili è cresciuta del 90%, e per quelle di contenuto economico, addirittura, del 97% (la media attuale è di circa 2.700 giorni di durata). In Corte d&#8217;Appello, il carico di lavoro dei magistrati ha segnato solo una marginale flessione nel 2004, ma nel 2005 la crescita dell&#8217;arretrato è ripresa superando ogni record. E sarebbe continuata inesorabilmente anche nel 2006 e nell&#8217;anno in corso.</p>
<p id="rectangle right" class="right"><!-- OAS AD '180x150'begin --><script type="text/javascript">     <!-- OAS_AD(\'Bottom1\'); //--></script><a target="_blank" href="http://oas.rcsadv.it/5c/corriere.it/pp/cronache/533485873/Bottom1/default/empty.gif/35316430346162393435613764626530"><img border="0" width="2" src="http://a248.e.akamai.net/6/592/1130/0/oas-eu.247realmedia.com/0/default/empty.gif" height="2" /></a> <!-- OAS AD '180x150' end --></p>
<p><span style="font-weight: bold">Del resto, finora nessuno ha mai messo le mani sui veri fattori che determinano le lentezze della macchina giudiziaria</span>, alcuni dei quali sono stati messi a nudo dalla stessa Commissione sulla spesa pubblica, come la remunerazione degli avvocati (che dovrebbe essere basata su formule di forfettizzazione, invece che a prestazione) o il sottodimensionamento degli uffici giudiziari. Oggi, comunque, l&#8217;unica soluzione a portata di mano per mettere al sicuro la finanza pubblica dai danni del «processo irragionevole» sembra essere quella di riconsiderare la legge. Disinnescare la bomba, quindi. «E&#8217; opportuno e urgente una rivisitazione della legge» dice la Commissione. Perché «persistendo l&#8217;attuale situazione esiste un rischio di generalizzata duplicazione dei giudizi di merito di durata &#8220;irragionevole&#8221; con giudizi di equa riparazione, con costi elevatissimi e indebolimento ulteriore della capacità del sistema di rispondere alla domanda di giustizia».</p>
<h6 class="footnotes">Mario Sensini, Corriere della Sera, 16 dicembre 2007</h6>
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		<title>Abusivo un inquilino su 5</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2007 20:47:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Case popolari, allarme nelle metropoli. Piano del governo: 11mila abitazioni MILANO—Nelle grandi città la povera gente e la bassa manovalanza criminale abitano allo stesso indirizzo. Zen due a Palermo, Quarto Oggiaro a Milano, Corviale a Roma, Scampia a Napoli. Sempre case popolari. I tecnici le chiamano edilizia residenziale pubblica, gli architetti parlano di housing sociale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Case popolari, allarme nelle metropoli. Piano del governo: 11mila abitazioni</h2>
<p><strong>MILANO—</strong>Nelle grandi città la povera gente e la bassa manovalanza criminale abitano allo stesso indirizzo. Zen due a Palermo, Quarto Oggiaro a Milano, Corviale a Roma, Scampia a Napoli. Sempre case popolari. I tecnici le chiamano edilizia residenziale pubblica, gli architetti parlano di housing sociale. Definizioni che si sostanziano, per ora, in grandi quartieri con almeno 30 anni di vita. Nella gran parte degradati. E assediati dall’abusivismo. Il futuro? Tutto da scrivere. L’esplosiva fame di casa, soprattutto nelle grandi città, ha convinto il governo a investire nell’edilizia residenziale pubblica: 550 milioni sono stati stanziati dal ministero delle Infrastrutture. Ma la formula magica che permetterà di costruire quartieri vivibili è ancora tutta da scoprire.</p>
<p><strong>La Fenice dell’abusivismo </strong><br />
Secondo Federcasa (associazione che raggruppa Iacp ed ex Iacp) le case popolari occupate in Italia sono 43.350, pari al 5,1 per cento del patrimonio. Il dato non rende la situazione delle grandi città. A oggi— mettendo insieme Milano, Roma, Palermo, Napoli e Bari — gli appartamenti occupati abusivamente sono oltre 26 mila. Uno su cinque. Senza parlare degli alloggi posseduti dai comuni. In alcune città è più facile occupare che avere una regolare assegnazione. Anche perché le assegnazioni sono pochissime. Prendiamo Milano: nel 2006, 322 famiglie si sono aggiudicate la casa perché in testa alla graduatoria, contro 140 che, secondo l’Aler, sono entrate abusivamente. In altre città, se si liberassero per magia tutte le case occupate, si darebbe soddisfazione a quasi tutta la lista d’attesa. A Napoli, per esempio, il fabbisogno registrato all’ultimo bando è di 10 mila alloggi popolari, ben 7.000 gli appartamenti occupati. Quando il bacino degli abusivi diventa troppo ampio, lo si svuota con una sanatoria. A Palermo la sanatoria è in corso. A Napoli c’è stata nel 2000. A Roma i termini scadono il 19 dicembre. A Bari, nonostante siano stati sanati coloro che avevano occupato prima del 30 novembre 2004, gli abusivi sono già il 20-25 per cento del patrimonio. Sconsolato Raffaele Ruberto, il commissario dello Iacp di Bari (tutti i cinque Iacp della Puglia sono stati commissariati nel 2005): «Nell’ultimo anno abbiamo messo a segno oltre un centinaio di azioni di rilascio e 20 sfratti. Ma quello dell’abusivismo è un fenomeno strutturale. Impossibile eliminarlo». Roma è più ottimista. «È vero, abbiamo varato la sanatoria—fa il punto l’assessore alla Casa, Claudio Minelli —. Ma l’obiettivo è bloccare le nuove occupazioni abusive. Nel 2006 abbiamo recuperato 205 appartamenti ». «Per contrastare le occupazioni abusive abbiamo istituito un nucleo di ispettori che, con le Forze dell’ordine, hanno impedito, da gennaio, 605 nuove occupazioni», interviene Luciano Niero, presidente dell’Aler di Milano.</p>
<p><strong>La guerra degli sgomberi </strong><br />
Nei fatti la sfida degli sgomberi è tutta da vincere. «In alcuni quartieri la situazione è delicatissima. Intervenire significa ingaggiare una guerra con la criminalità organizzata», allarga le braccia Gianni Giannini, assessore al Patrimonio del Comune di Bari. Conosce bene l’argomento il presidente dello Iacp di Palermo, Giuseppe Palmeri. «Venerdì scorso un pacco bomba è stato recapitato all’assessorato alla Casa del Comune. Non vorrei che si trattasse di un’intimidazione rispetto alla determinazione ad andare avanti con gli sgomberi», riflette Palmeri. A Palermo, in particolare, gli sgomberi rischiano di diventare interventi militari. Racconta ancora il presidente dello Iacp: «Prendiamo lo Zen due: 1.200 alloggi quasi tutti occupati. Per liberarli servirebbero tremila uomini. Quando in una scuola dello Zen due abbiamo riunito un comitato sicurezza, nella notte hanno bruciato l’istituto. Il messaggio mi pare chiaro, no?». Palmeri ha prima di tutto un timore: essere lasciato solo. Paura condivisa dal presidente dello Iacp di Napoli, Vincenzo Acampora: «Serve una cabina di regia con forze dell’ordine ed enti locali. Con lo scaricabarile non si arriva da nessuna parte».</p>
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<p><strong>Costruire sì. Ma come? </strong><br />
Intanto il governo ha stanziato 550 milioni per l’edilizia residenziale pubblica. Per fare che cosa? «L’obiettivo è rendere disponibili 11 mila nuovi alloggi, tra quelli nuovi e ristrutturati. Qualcosa potrebbe essere modificato nel criterio di ripartizione dei fondi—spiega Marcello Arredi, direttore generale del settore Politiche abitative del ministero delle Infrastrutture —. I singoli interventi saranno responsabilità dei Comuni. Dal canto nostro vigileremo ». Nelle grandi città, indipendentemente dal colore della giunta, la linea condotta è duplice. Da una parte vendere parte del patrimonio (lo stanno facendo i comuni di Milano e Torino attraverso il conferimento di una fetta di patrimonio a un fondo immobiliare. Sulla stessa scia Roma e Bari); dall’altra usare i soldi per costruire. Ma vendere per ricostruire che senso ha? «La verità è che i comuni non sono più in grado né di costruire, né di gestire quartieri popolari come si intendevano negli anni ’70», taglia corto Carlo Masseroli, assessore all’Urbanistica di Milano. «Il nostro obiettivo è convincere i privati a riservare quote di affitto calmierato in varie forme nelle nuove costruzioni. Il tutto grazie al conferimento di aree o contributi pubblici», continua Masseroli. E i vecchi quartieri-ghetto? «Dove il degrado ha superato i livelli di guardia c’è solo una strada: abbattere».</p>
<h6 class="footnotes">Rita Querzé, Corriere della Sera, 11 dicembre 2007</h6>
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		<title>Ex sottosegretario agli arresti domiciliari</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 20:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ex Esponente della difesa e&#8217; accusato di corruzione e concussione &#8211; Marco Verzaschi (Udeur) inquisito per reati compiuti quando era assessore regionale della sanità nel Lazio ROMA &#8211; Ha rischiato il carcere, ma per ora è agli arresti domiciliari. L&#8217;ex sottosegretario alla difesa Marco Verzaschi (Udeur), che nei giorni scorsi aveva rassegnato le dimissioni, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>L&#8217;ex Esponente della difesa e&#8217; accusato di corruzione e concussione &#8211; Marco Verzaschi (Udeur) inquisito per reati compiuti quando era assessore regionale della sanità nel Lazio</h2>
<p><strong>ROMA</strong> &#8211; Ha rischiato il carcere, ma per ora è agli arresti domiciliari. L&#8217;ex sottosegretario alla difesa Marco Verzaschi (Udeur), che nei giorni scorsi aveva rassegnato le dimissioni, è agli arresti domiciliari in relazione ad un&#8217;inchiesta della procura di Roma che lo vede coinvolto nella sua qualità di ex assessore regionale alla sanità. Le accuse sono di corruzione e concussione.</p>
<p><span style="font-weight: bold">INQUISITO</span> &#8211; La misura cautelare si riferisce a quando Verzaschi, all&#8217;epoca appartenente a Forza Italia, ricopriva dal 2003 la carica di assessore regionale alla Sanità del Lazio, incarico ricoperto fino al 2005 sempre nella giunta di centrodestra guidata da Francesco Storace. Verzaschi, membro della direzione nazionale Udeur, nei giorni scorsi si era dimesso da ogni incarico di governo. Il 7 dicembre scorso, sul Corriere della Sera, il difensore di Verzaschi, l&#8217;avvocato Fabrizio Lemme, aveva dichiarato: «Verzaschi,con il suo gesto, ha dimostrato grande sensibilità istituzionale».</p>
<p><span style="font-weight: bold">INDAGATO DAL 2006 </span>- Verzaschi era indagato dai magistrati romani gia dal 2006, cioè da prima di diventare sottosegretario, dopo le rivelazioni di una manager della sanità privata, accusata di aver gestito un giro di milioni di euro di tangenti per ottenere appalti.</p>
<p><span style="font-weight: bold">LE ACCUSE</span> &#8211; Due le imputazioni nei confronti di Verzaschi. La prima, quella di corruzione, fa riferimento al denaro che Anna Giuseppina Iannuzzi, già nota come «Lady Asl», ha detto di avere consegnato all&#8217;ex sottosegretario in relazione all&#8217;accreditamento del Centro Romano San Michele all&#8217;epoca dei fatti considerata dagli inquirenti, una «struttura fantasma». Si tratterebbe di un accreditamento per quasi 200 posti letto, previo protocollo tra la struttura sanitaria e l&#8217;Università romana di Tor Vergata. La somma di cui si contesta il versamento, 200 mila euro, sarebbe stata consegnata a Verzaschi tra la fine del 2004 e i primi mesi del 2005. L&#8217;imputazione di concussione farebbe riferimento a 200 mila euro che l&#8217;imprenditore Renato Mongillo, titolare della «Security Service», ha detto agli inquirenti di avere versato a Verzaschi nel marzo-aprile del 2004. La concussione sarebbe scattata perchè la procedura di aggiudicazione di un appalto per la messa in sicurezza dell&#8217;ospedale San Giovanni era stata al tempo già completata. L&#8217;intervento, in questo caso, serviva a portarla a termine ed evitare una possibile revoca del contratto. Per questo episodio, risulta iscritto nel registro degli indagati anche Francesco Bevere, ex direttore generale dello stesso San Giovanni. Gli inquirenti, nei suoi confronti, mirano a ulteriori verifiche sul ruolo che lo stesso avrebbe avuto. Secondo quanto si è appreso, Marco Verzaschi ha sempre negato di aver ricevuto denaro. Ci sarebbe stato anche un confronto tra l&#8217;ex sottosegretario e l&#8217;imprenditore Mongillo, ma le due posizioni sarebbero rimaste confliggenti. I riscontri da parte degli investigatori dei carabinieri avrebbero smentito alcune circostanze affermate da Verzaschi, avvalorando la tesi di Morgillo. Di qui, la richiesta e la successiva applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari per l&#8217;ex sottosegretario alla difesa. L&#8217;ordinanza del gip Figliolia, di una trentina di pagine, prende atto, tra l&#8217;altro anche delle dimissioni date nei giorni scorsi dallo stesso Verzaschi. Per il giudice, però, la circostanza non poteva influire sulla decisione di emettere contro l&#8217;ex sottosegretario l&#8217;ordine di custodia.</p>
<h6>Corriere della Sera, 10 dicembre 2007</h6>
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