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	<title>Scappare Via</title>
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	<description>Tanti buoni motivi per scappare da questo paese malconcio</description>
	<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 18:35:33 +0000</pubDate>
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		<title>Bimbi giocano tra i topi, rivolta delle mamme</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 18:35:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Esasperati i genitori: da anni denunciamo il degrado, nessuno interviene
Bimbi giocano tra i topi, rivolta delle mamme
Piazza Bacone, giardini invasi dai roditori. A rischio la salute dei piccoli. Il Codacons: hanno anche divorato le loro merendine



Topi che corrono da una parte all&#8217;altra del prato. E che addirittura piluccano le merendine dei bambini. Non è una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="occhiello"><span class="occhiello"><em>Esasperati i genitori: da anni denunciamo il degrado, nessuno interviene</em></span></div>
<h2><span class="titolo">Bimbi giocano tra i topi, rivolta delle mamme</span></h2>
<h3><span class="sommario">Piazza Bacone, giardini invasi dai roditori. A rischio la salute dei piccoli. Il Codacons: hanno anche divorato le loro merendine</span></h3>
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<div class="articolo">
<div class="testo">
<div class="p"><strong class="b">Topi che corrono da una parte all&#8217;altra del prato</strong>. E che addirittura piluccano le merendine dei bambini. Non è una scena del film «Ratatouille», ma la situazione dei giardinetti di piazzale Bacone, dove le aiuole sono invase dai roditori. «Seduti sulle panchine si sentono fruscii nei cespugli, se non c&#8217;è troppa gente corrono da una parte all&#8217;altra, proprio dove giocano i bambini», spiega Giuseppina Monaco, una delle tante mamme esasperate dalla situazione. Da almeno due anni si rivolgono al Comune. Fax, raccolte di firme ed email. Nulla. O meglio: «Rispondono. Però non fanno nulla. Ci hanno raccontato di aver messo le trappole, ma i topi sono ancora lì. Ci vorrebbe è una bella disinfestazione», sottolinea Paolo Turati che insieme ad altri genitori della zona si sono rivolti al Codacons: «Il livello di manutenzione di questi giardinetti è pari a zero, bisogna fare qualcosa. Non è igienico. E i bambini rischiano di prendersi delle malattie».</div>
<div class="p"></div>
<div class="p"><strong class="b">I giardinetti di piazzale Bacone. E sì che dovevano essere</strong> un fiore all&#8217;occhiello per il quartiere. Spazi attrezzati per i bambini. Un&#8217;area per giocare, proprio davanti all&#8217;istituto comprensivo che, tra materne, elementari e medie, ospita almeno un migliaio di studenti. Invece, sostengono i residenti, «di notte è un covo per drogati. Di giorno ci sono ubriaconi sulle panchine. E adesso anche i topi». È delusa, Agnese Agosto. Lei è da un paio d&#8217;anni che si batte per questa piazza: «Sono andata negli uffici comunali, ho raccolto una cinquantina di firme per far presente la situazione. Mi hanno risposto che le siepi non le possono tagliare perché sono state disegnate da un architetto. E che sono state piantate anche delle rose pregiate ».</div>
<div class="p"></div>
<div class="p"><strong class="b">E per quanto riguarda i controlli, «hanno promesso </strong>che provvederanno». Già. Lunedì «mia figlia ha trovato una siringa usata» ed esattamente un anno fa una mamma era stata punta, un ago le si era conficcato nel piede mentre spingeva la figlia sull&#8217;altalena. Anche in quel caso, interviene una donna di origini brasiliane, «non è più stato fatto nulla. Non importa se viviamo con l&#8217;incubo». Ora, però, se ne è aggiunto un altro. I topi. «Si sono moltiplicati in un&#8217;estate. Le merendine? Certo che è successo», spiega la signora Agosto. Ma, anche lì, «nessuno se ne interessa.</div>
<div class="p"></div>
<div class="p"><strong class="b">L&#8217;unica cosa da fare è trasferirsi, perché «il degrado</strong> a due passi da corso Buenos Aires non è più accettabile». E se per il presidente del Codacons, Marco Maria Donzelli, è evidente che «il Comune se ne frega del degrado, visto che non fa niente di serio per affrontare il problema», secondo Paolo Uguccioni, presidente del comitato Venezia- Baires, «la colpa è anche di chi sporca». Certo, le «istituzioni hanno le loro responsabilità, ma è anche vero che i cittadini sono maleducati. E i topi vivono nella sporcizia». Intanto, però, c&#8217;è la paura dei genitori per i loro bambini. «Perché qui non siamo nel film Ratatouille ».</div>
<div class="p"></div>
<h6>Bebedetta Argentieri, 10 settembre 2008, Correre della Sera</h6>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Muore nel parcheggio dell&#8217;ospedale in attesa dell&#8217;ambulanza</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Aug 2008 20:09:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Era andato a visitare la figlia che aveva partorito e all&#8217;uscita è stato colto da un malore
Un uomo di 64 anni deceduto per arresto cardiaco al secondo Policlinico: non c&#8217;è la struttura addetta al primo intervento
ROMA - Era andato a visitare la figlia che aveva partorito da poco e all&#8217;uscita è stato colto da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era andato a visitare la figlia che aveva partorito e all&#8217;uscita è stato colto da un malore</p>
<h2>Un uomo di 64 anni deceduto per arresto cardiaco al secondo Policlinico: non c&#8217;è la struttura addetta al primo intervento</h2>
<p><strong>ROMA -</strong> Era andato a visitare la figlia che aveva partorito da poco e all&#8217;uscita è stato colto da un malore. I soccorsi sono arrivati ma non in tempo per salvarlo. È successo domenica mattina al secondo Policlinico di Napoli ad un uomo di 64 anni deceduto per arresto cardiaco, a pochi passi dal reparto di Ostetricia - dove era andato in visita dalla figlia, che ha recentemente partorito. L&#8217;uomo aveva appena parcheggiato l&#8217;auto, quando si è sentito male. Qualcuno ha allertato il 118 che ha inviato sul posto un&#8217;ambulanza, poiché il Policlinico - hanno spiegato i sanitari del pronto soccorso - non ha una struttura addetta al primo intervento.</p>
<p><strong>IL 118 </strong>- L&#8217;ambulanza più vicina è arrivata rapidamente, ma priva di medico a bordo. Una seconda ambulanza, che poteva portare invece sul posto un medico - impiegando più tempo, perché di rientro da un altro servizio - è stata revocata poco dopo la segnalazione, poiché l&#8217;uomo nel frattempo era già deceduto. La vicenda viene ricostruita dalla direzione sanitaria del secondo Policlinico: «A quanto mi risulta, il 64enne è morto in auto: chi lo ha soccorso lo ha estratto dal veicolo quando era già deceduto per un infarto - dice Luigi Quagliata - Non so chi abbia chiamato il 118». Inoltre, aggiunge, «ogni edificio è provvisto di defibrillatore. Sul caso è intervenuto immediatamente il medico di guardia di Ginecologia e Ostetricia, il dottore Pagnano, che ha constatato il decesso. Al Policlinico esiste poi l&#8217;Utic di Cardiologia: se ci fosse stato il tempo il paziente sarebbe stato immediatamente soccorso lì».</p>
<p><strong>IL DIRETTORE SANITARIO</strong> - Il direttore sanitario aggiunge che il Policlinico è dotato di almeno sette ambulanze: «Il 118 può anche intervenire - ha concluso - ma in seconda battuta, per trasportare, solo in caso di necessità, il paziente in una diversa struttura». Di solito il servizio 118 con relative ambulanze è ospitato all&#8217;interno di grandi ospedali, dice Mario Costa, presidente dell&#8217;associazione nazionale che riunisce i sistemi 118 regionali. «La regola generale è che si preferisce un intervento tempestivo e condotto da personale specializzato e attrezzato che fa capo al dipartimento di emergenza territoriale piuttosto che un aiuto generico. Ma è l&#8217;analisi attenta della chiamata al centro operativo e poi all&#8217;arrivo di professionisti che avviene la valutazione esatta della situazione. L&#8217;invio dell&#8217;ambulanza con o senza medico a bordo dipende non solo dalla valutazione della richiesta ma anche della disponibilità dei mezzi che c&#8217;è al momento dell&#8217;intervento».</p>
<div id="rectangle right" class="right"><!-- OAS AD '180x150'begin --><script type="text/javascript"></script><script id="extFlashBottom11" src="http://realmedia-a592.d4p.net/6/592/1130/0001/oas-eu.247realmedia.com/RealMedia/ads/Creatives/TFSMflashobject.js" type="text/javascript"></script><script></script></p>
<div id="FinContentBottom11"><strong>I PRONTO SOCCORSO</strong> - Alcune recenti vicende legate a mancati interventi dei medici a persone che si erano sentite male nelle vicinanze di ospedali (è successo a Moncalieri e al Mauriziano di Torino) avevano innescato polemiche. «La regola generale - spiega Costa - è il non abbandono del posto di pronto soccorso, tuttavia deve essere valutata sempre con buon senso ed elasticità». Oggi sono circa 11 mila i medici che lavorano nei pronto soccorso ma per fare fronte alla congestione che quotidianamente si registra in queste strutture, secondo la società dei medici di urgenza ed emergenza servirebbe aumentarne la presenza del 10-15%.</div>
</div>
<p> </p>
<p><!-- google_ad_section_end --></p>
<h6>Corriere Della Sera</h6>
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		<title>Polizia e caserme, non c&#8217;è un euro. &#8220;Manutenzione? Pensateci da soli&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Aug 2008 20:06:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I tagli colpiscono anche gli agenti sui treni e le motovedette anti clandestini
Rischiano di finire ko telecamere, stampanti, computer e persino toilette

Polizia e caserme, non c&#8217;è un euro. &#8220;Manutenzione? Pensateci da soli&#8221;
ROMA - Lampadine fulminate, telecamere spente, tubi dell&#8217;acqua che perdono. Quest&#8217;estate, caserme dei carabinieri, questure e commissariati rimarranno a secco: senza un euro in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I tagli colpiscono anche gli agenti sui treni e le motovedette anti clandestini<br />
Rischiano di finire ko telecamere, stampanti, computer e persino toilette</p>
<p><!-- fine OCCHIELLO --></p>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Polizia e caserme, non c&#8217;è un euro. &#8220;Manutenzione? Pensateci da soli&#8221;</strong></h1>
<p><strong>ROMA</strong> - Lampadine fulminate, telecamere spente, tubi dell&#8217;acqua che perdono. Quest&#8217;estate, caserme dei carabinieri, questure e commissariati rimarranno a secco: senza un euro in cassa. Gli &#8220;accreditamenti per le manutenzioni ordinarie&#8221; sono infatti sospesi da una circolare interna del Viminale, datata 13 giugno 2008.</p>
<p>&#8220;E così - lamentano i sindacati - nessuno verrà a cambiare i toner delle stampanti, né a pulire i filtri dei condizionatori&#8221;. Non è tutto. Mancano i soldi per gli agenti sui treni a lunga percorrenza: da 8 mesi sono in attesa delle indennità. Dimezzati poi i fondi per la squadra nautica di Porto Empedocle: le motovedette impegnate sul fronte caldo dell&#8217;immigrazione clandestina rischiano di rimanere in porto.</p>
<p>Eppure della sicurezza il centrodestra ha sempre fatto la sua bandiera. Nel programma elettorale del Pdl si legge, al punto 3: &#8220;Aumento progressivo delle risorse per la sicurezza e maggiore presenza sul territorio delle forze dell&#8217;ordine&#8221;. Finora, però, le cose stanno andando diversamente. A prescindere dai tagli annunciati nella manovra finanziaria (3 miliardi di euro in tre anni, secondo i sindacati di categoria), i conti in rosso delle forze dell&#8217;ordine già fanno sentire i loro effetti. Il 13 giugno scorso, Giovanna Iurato, direttore centrale dei &#8220;Servizi tecnico-logistici e della gestione patrimoniale&#8221; del ministero dell&#8217;Interno, ha firmato una circolare a tutte le prefetture, questure e al comando generale dei carabinieri: &#8220;Gli accreditamenti predisposti da questo ufficio per le manutenzioni ordinarie degli immobili demaniali e privati adibiti a sedi delle caserme dei carabinieri e della polizia di Stato - si legge sulla circolare - sono stati sospesi, poiché l&#8217;ufficio centrale di Bilancio ha comunicato che sono in corso di istituzione i nuovi capitoli di spesa. Nonostante la consapevolezza del disagio provocato dal ritardo delle aperture di credito - prosegue la Iurato - al momento risulta impossibile provvedere all&#8217;emissione degli accreditamenti. Si prega pertanto di sospendere gli affidamenti dei lavori e delle manutenzioni&#8221;.<br />
<!--inserto-->Tradotto: per cambiare una lampadina, un toner o aggiustare un bagno, commissariati e caserme dovranno aspettare tempi migliori. &#8220;Questa circolare cade in un momento difficile - spiega Giorgio Innocenzi, segretario nazionale del sindacato di polizia Consap - da tutta Italia infatti ci arrivano segnalazioni di sedi inagibili, telecamere guaste, tubi rotti&#8221;. Non solo. Il Consap denuncia il mancato pagamento delle indennità agli agenti impegnati nella vigilanza sui treni a lunga percorrenza: &#8220;Da quando è nato il servizio, otto mesi fa - racconta Innocenzi - agli agenti non è stata mai corrisposta l&#8217;indennità speciale (pari a 100 euro a viaggio), che è a carico delle Fs, in base ad apposita convenzione col Viminale&#8221;.</p>
<p>Non è tutto. La squadra nautica di Porto Empedocle (Agrigento), impegnata nel contrasto all&#8217;immigrazione clandestina, nel 2007 ha ricevuto 18mila euro e nel 2008 solo 9mila per la manutenzione delle motovedette e il carburante (basta pensare che ogni rifornimento per le barche di altura &#8220;Squalo&#8221; costa circa 2mila euro e dura in media 6 giorni). &#8220;Tutte le squadre nautiche - spiega Claudio Giardullo del Silp Cgil - hanno lo stesso problema: dallo stanziamento dell&#8217;anno 2007 pari a 1.200.000 euro, si è passati a soli 400mila euro per il 2008&#8243;.</p>
<p>Non mancano, infine, effetti collaterali imprevisti dei conti in rosso. In Sardegna, nel centro d&#8217;accoglienza di Elmas, aperto all&#8217;interno del distaccamento aeroportuale, sempre di più sono gli immigrati richiedenti asilo politico. Questi, per legge, hanno diritto a uscire dal centro dalle ore 8 alle 20. Peccato però che vista la natura militare del sito, non possono muoversi liberamente. &#8220;Per questo - racconta Giardullo - la questura aveva previsto un servizio navetta. Servizio, però, mai partito per mancanza di fondi e personale. Così i rifugiati rimangono chiusi nel centro tutto il giorno&#8221;.</p>
<p><!-- do nothing --></p>
<h6>La Repubblica<!-- fine TESTO --><!-- fine TITOLO --></h6>
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		<title>Ambulanza bloccata, paziente muore</title>
		<link>http://scapparevia.markino.net/2008/08/24/ambulanza-bloccata-paziente-muore/</link>
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		<pubDate>Sun, 24 Aug 2008 20:02:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

		<category><![CDATA[Disorganizzazione]]></category>

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		<category><![CDATA[ambulanza]]></category>

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		<category><![CDATA[paziente]]></category>

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		<description><![CDATA[Ischia Inamovibili i paletti dell’isola pedonale. Il Comune: percorso sbagliato
Ambulanza bloccata, paziente muore
Il primo lucchetto è scattato, l’altro non ha voluto saperne. Nell’attesa di un fabbro, sono state spostate due fioriere da cento chili
NAPOLI — Un’isola pedonale delimitata da pesanti fioriere, paletti di ferro e lucchetti difettosi blocca la corsa di un’ambulanza a Ischia, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Ischia Inamovibili i paletti dell’isola pedonale. Il Comune: percorso sbagliato</h3>
<h1>Ambulanza bloccata, paziente muore</h1>
<h2>Il primo lucchetto è scattato, l’altro non ha voluto saperne. Nell’attesa di un fabbro, sono state spostate due fioriere da cento chili</h2>
<p><strong>NAPOLI —</strong> Un’isola pedonale delimitata da pesanti fioriere, paletti di ferro e lucchetti difettosi blocca la corsa di un’ambulanza a Ischia, la fa giungere a destinazione quando ormai la paziente è già morta e apre un nuovo capitolo di polemiche sui soccorsi in ritardo. Se poi la tempestività fosse servita o meno a salvare la donna, è un altro discorso: non sempre un’ambulanza può risolvere un’emergenza, ma sicuramente una squadra di pronto intervento non può restare bloccata alle prese con un lucchetto che non ne vuole sapere di aprirsi o con fioriere di granito da cento chili piantate nell’asfalto. E stavolta questo è successo.</p>
<p>Via Iasolino a Ischia Porto (uno dei sei Comuni dell’isola) è la strada che passa davanti al terminal degli aliscafi. Da circa un mese il sindaco di centrosinistra Giuseppe Ferrandino ha deciso di farne un’isola pedonale, interdetta non soltanto al traffico privato ma anche a bus di linea e taxi. Unica deroga per mezzi di soccorso e delle forze dell’ordine. L’ambulanza intervenuta ieri mattina avrebbe potuto evitare l’isola pedonale, scegliendo però un percorso decisamente più lungo. Proveniente dal Comune di Forio (dove si trovava in manutenzione) il mezzo di soccorso ha impiegato 17 minuti, secondo quanto sostiene l’Asl, per giungere a destinazione, e otto o dieci (secondo molte testimonianze, mentre la metà, secondo una nota dell’amministrazione comunale) li avrebbe persi per superare la barriera di via Iasolino. Il personale a bordo è munito di chiavi per aprire i lucchetti che fissano a terra due paletti di ferro. Il primo è scattato subito, l’altro non ha voluto saperne di aprirsi. Nell’attesa che arrivasse un fabbro, sono state spostate due fioriere e l’ambulanza è andata avanti.</p>
<p>Esattamente dieci giorni fa era accaduto un episodio analogo. Prelevato un turista colto da malore in aliscafo, l’equipe del 118 era rimasta bloccata all’interno dell’isola pedonale, e pure allora fu necessario spostare i vasi di granito. Il tutto davanti alle telecamere di una emittente che trasmette via web e che ieri ha riproposto il servizio. Anche la Asl ha fatto sapere di essersi rivolta al Comune in due occasioni - il 7 e il 10 luglio - sollecitando «un sistema più efficiente che garantisse il transito veloce dei mezzi di soccorso». Ma l’amministrazione respinge le responsabilità: «L’ambulanza ha scelto di raggiungere il punto di chiamata, attraverso un tortuoso percorso cittadino », è scritto in una nota del sindaco. Quindi «non vanno imputati ai 4 minuti occorsi per l’apertura delle barriere presenti a via Iasolino gli eventuali ritardi nel soccorso».</p>
<h6>Fulvio Bufi, Corriere della Sera</h6>
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		<title>Trento, è vietato fotografare i figli</title>
		<link>http://scapparevia.markino.net/2008/08/04/trento-e-vietato-fotografare-i-figli/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 05:17:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Pittoresco e surreale]]></category>

		<category><![CDATA[Sicurezza]]></category>

		<category><![CDATA[figli]]></category>

		<category><![CDATA[foto]]></category>

		<category><![CDATA[pedofilia]]></category>

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		<description><![CDATA[La società che gestisce gli impianti: il rischio è di immortalare altri bambini
Trento, è vietato fotografare i figli
Norma antipedofili nelle piscine comunali. Fermato un padre. Il legale: una forzatura
ROMA — Un papà, ai bordi di una piscina comunale, immortala con la cinepresa le prime bracciate del figlio. C’è qualcosa di male in questo quadretto familiare? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La società che gestisce gli impianti: il rischio è di immortalare altri bambini</p>
<h1>Trento, è vietato fotografare i figli</h1>
<h2>Norma antipedofili nelle piscine comunali. Fermato un padre. Il legale: una forzatura</h2>
<p><strong>ROMA — Un papà, ai bordi di una piscina comunale, immortala con la cinepresa</strong> le prime bracciate del figlio. C’è qualcosa di male in questo quadretto familiare? Se l’incauto genitore si trova in un impianto natatorio di Trento sì. Nella provincia autonoma se inquadri con la videocamera o il telefonino una piscina piena di bambini che sguazzano diventi una persona molto sospetta e verrai fermato dal primo bagnino che si accorge di quello che stai facendo. Perché la piscina, come dice Roberto De Carolis direttore dell’Asis, la società che gestisce i 92 impianti sportivi cittadini, è un «territorio fertile per un certo tipo di reato».</p>
<p><strong>Nei giorni scorsi a passare per pedofilo o qualcosa di simile è stato un padre</strong>, fermato dal personale proprio mentre filmava il proprio bambino. L’intervento garbato, ma fermo, del bagnino ha suscitato un vespaio di polemiche. È mai possibile che non si possa fare una foto neppure al proprio figlio? Ma allora non dovrebbe essere vietato anche sulle spiagge, si sono domandati in molti appellandosi al senso comune. E l’avvocato trentino Franco Busana parla di «forzatura usata come prevenzione anti-pedofilia». Il direttore dell’Asis, che difende a spada tratta il regolamento, è stupito da tanta ingenuità: «Ma come facciamo a sapere se chi filma è realmente un genitore? Se vedo uno che fotografa un bambino come faccio a sapere quali sono le sue reali intenzioni? Chi mi garantisce che non sia un pedofilo? Come posso prevedere se verrà fatto un uso privato delle immagini? E se finisce nel filmato anche un altro bambino, un soggetto indifeso che non è assolutamente in grado fare valere i propri diritti?».</p>
<p><!-- OAS AD '180x150' end --><strong>Il regolamento adottato dalla società di gestione degli impianti sportivi</strong> del Comune di Trento, condiviso dall’amministrazione, è chiaro: vietato fare foto o riprese. Ma come tutti i regolamenti prevede delle deroghe. Se quel filmato o quella foto si devono proprio fare, basta chiedere alla direzione un permessino che verrà prontamente accordato. E mentre filmi un bagnino, appositamente allertato, ti terrà d’occhio, ti seguirà passo passo. «E’ un modo per garantire al nostro pubblico maggiori controlli e francamente non ci trovo nulla di male», dice Roberto De Carolis. I dirigenti della piscine di Trento sanno di essere duri e spietati: «Si capisce che un padre desideri filmare il proprio figlio. Ma il pericolo è sempre in agguato». In passato, spiegano, «non sono mancate segnalazioni allarmanti. Ai nostri bagnini sono state indicate persone che mostravano particolari attenzioni verso i bambini». «Non capisco tutto questo clamore per quel divieto — conclude il direttore delle piscine —. Ormai certe regole valgono dappertutto. Un mio amico mi ha raccontato di un padre fermato mentre filmava il figlio all’interno di un centro commerciale in Veneto».</p>
<p><!-- google_ad_section_end --></p>
<h6 class="footnotes">Giulio Benedetti, Corriere della Sera, 3 agosto 2008</h6>
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		<item>
		<title>Polizia, arrivano le divise nuove, ma la scritta ha una &#8216;z&#8217; di troppo</title>
		<link>http://scapparevia.markino.net/2008/07/23/polizia-arrivano-le-divise-nuove-ma-la-scritta-ha-una-z-di-troppo/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Jul 2008 05:01:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Pittoresco e surreale]]></category>

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		<description><![CDATA[Un enorme stock prodotto in Polonia è da buttare. Problemi anche con le scarpe
In tempi di austerity lo Stato aveva scelto di rifornirsi dalle aziende meno care
ROMA - Le ultime vittime della delocalizzazione sono i poliziotti italiani. Per risparmiare sulle divise è stato ordinato un enorme stock in Polonia. Ma, all&#8217;atto della consegna, c&#8217;è stata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un enorme stock prodotto in Polonia è da buttare. Problemi anche con le scarpe<br />
In tempi di austerity lo Stato aveva scelto di rifornirsi dalle aziende meno care</p>
<p><strong>ROMA</strong> - Le ultime vittime della delocalizzazione sono i poliziotti italiani. Per risparmiare sulle divise è stato ordinato un enorme stock in Polonia. Ma, all&#8217;atto della consegna, c&#8217;è stata una sgradita sorpresa: c&#8217;è scritto &#8220;Polizzia&#8221;, con una &#8220;z&#8221; di troppo. Risultato? Tutte le divise sono da buttare. Insomma, il risparmio c&#8217;è stato solo sulla grammatica.</p>
<p>Tutta colpa del carovita e della stretta sulle spese. Come racconta il responsabile del coordinamento per la sicurezza dell&#8217;Ugl, Paolo Varesi, la pubblica amministrazione aveva stabilito che per le forniture gli apparati dello Stato scegliessero i contratti al massimo del ribasso. Il che aveva costretto chi si occupa del vestiario dei poliziotti ad abbandonare la ditta fornitrice italiana e a firmare il contratto con una società polacca.</p>
<p>Ma quella delle divise del 2007 non è stata l&#8217;unica sventura che ha colpito l&#8217;abbigliamento delle forze dell&#8217;ordine. Non è andata meglio con le scarpe: nelle scatole è capitato di trovare un numero 41 e un 44. A volte, per scovarne due della stessa misura e modello, si è dovuto cercare nei vari magazzini.</p>
<p>Viste le conseguenze, la pubblica amministrazione ha cancellato la norma che punta all&#8217;&#8221;austerity&#8221;. Intanto, però, il Viminale è stato costretto a ricorrere ai fondi di magazzino per poter vestire gli agenti. Non c&#8217;è da stupirsi, quindi, se si incontrano poliziotti con divise diverse tra loro. Magari non saranno modelli degli ultimi anni, ma una cosa è certa: almeno la lingua italiana è stata salvaguardata.</p>
<h6>(La Repubblica, <!-- inizio DATA -->23 luglio 2008<!-- fine DATA -->)</h6>
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		<title>Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 07:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>

		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi
E&#8217; successo a Trento. Marito e moglie condannati a sei e quattro mesi
Avevano scaricato alcuni oggetti tecnologici in un&#8217;area destinata ad altri rifiuti
TRENTO - Per liberarsi rapidamenente del vecchio televisore avevano deciso di abbandonarlo per strada. Per questo motivo marito e moglie di Trento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi</h1>
<h3>E&#8217; successo a Trento. Marito e moglie condannati a sei e quattro mesi<br />
Avevano scaricato alcuni oggetti tecnologici in un&#8217;area destinata ad altri rifiuti</h3>
<p>TRENTO - Per liberarsi rapidamenente del vecchio televisore avevano deciso di abbandonarlo per strada. Per questo motivo marito e moglie di Trento sono stati condannati rispettivamente a sei e quattro mesi di carcere e a pagare un&#8217;ammenda da 2000 euro.</p>
<p>La vicenda risale al 30 novembre 2006, quando in una zona periferica di Trento un furgone scaricò in un&#8217;isola ecologica un vecchio televisore, una fotocopiatrice ed una stampante. Ma per il giudice Giuseppe Serao furono violate le norme ambientali. Materiali come il tubo catodico e il toner non possono essere abbandonati per strada, neppure in un&#8217;isola ecologica che può ricevere altri rifiuti, ma non quelli di origine &#8220;tecnologica&#8221;. Per questo motivo ha condannato Marianna Meszaros, 34enne di origini ungheresi, e il 58enne marito Giuseppe Sbaffo.</p>
<p>A denunciare i coniugi alla polizia furono dei testimoni che fotografarono gli oggetti abbandonati e la targa del mezzo dal quale furono scaricati i rifiuti secondo legge non a norma.</p>
<h6><!-- fine TESTO -->(La Repubblica, <!-- inizio DATA -->12 luglio 2008<!-- fine DATA -->) <!-- fine TITOLO --></h6>
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		<title>Temporanea mancanza di aggiornamenti</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 23:20:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

		<category><![CDATA[scappato]]></category>

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		<description><![CDATA[Chiedo scusa ai miei tre lettori per la temporanea mancanza di aggiornamenti, ma&#8230; sono scappato via!
Il tempo di assestarmi e saro&#8217; di nuovo da voi. Comtinuo a leggere i giornali italiani e spesso e volentieri vedo cose da raccapriccio, quindi il materiale non manca&#8230;
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chiedo scusa ai miei tre lettori per la temporanea mancanza di aggiornamenti, ma&#8230; sono scappato via!</p>
<p>Il tempo di assestarmi e saro&#8217; di nuovo da voi. Comtinuo a leggere i giornali italiani e spesso e volentieri vedo cose da raccapriccio, quindi il materiale non manca&#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le Poste nel caos: milioni di lettere ferme nei depositi, distribuzione in tilt</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 14:03:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>

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		<category><![CDATA[lentezza]]></category>

		<category><![CDATA[poste]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Poste nel caos: milioni di lettere ferme nei depositi, distribuzione in tilt
La situazione più grave a Milano: ferme 200 tonnellate di corrispondenza
Tra le cause il progetto di riorganizzazione, gli scioperi e la mancanza di mezzi
Centinaia di tonnellate di posta arretrata, giacenti. Lettere e cartoline in agonia da ormai due mesi. Ma anche corrispondenza pregiata, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Le Poste nel caos: milioni di lettere ferme nei depositi, distribuzione in tilt</h1>
<h3>La situazione più grave a Milano: ferme 200 tonnellate di corrispondenza<br />
Tra le cause il progetto di riorganizzazione, gli scioperi e la mancanza di mezzi</h3>
<p>Centinaia di tonnellate di posta arretrata, giacenti. Lettere e cartoline in agonia da ormai due mesi. Ma anche corrispondenza pregiata, raccomandate, atti giudiziari, cumuli di &#8220;prioritaria&#8221; ancora da spedire. Uffici postali e centri di smistamento ingolfati; molti addirittura al collasso. I benevoli dicono che le poste italiane hanno il fiato corto. I malevoli che stanno scoppiando. Sullo stato di salute, forse, la verità sta nel mezzo. Nei tempi difficili che, complici una serie di fattori - primo fra tutti, sostengono i sindacati, gli effetti della riorganizzazione del servizio di recapito avviata da Poste italiane - stanno rendendo la vita amara ai 43 mila portalettere distribuiti nel nostro Paese.</p>
<p>La crisi delle consegne si è acutizzata a novembre del 2007. E sta allungando le sue &#8220;criticità&#8221; in tutta Italia. Da Nord a Sud, in particolare tra dicembre e gennaio, i tempi di recapito si sono diluiti fino a diventare, in alcune zone, imbarazzanti. I disagi maggiori hanno colpito la Lombardia, soprattutto Milano e provincia con un tappo di 200 tonnellate di corrispondenza arretrata. Qui, quattro giorni fa, l&#8217;amministratore delegato di Poste italiane, Massimo Sarmi, ha inviato una task force di ispettori per verificare cosa sta accadendo e perché. Ma Piemonte, Emilia Romagna, Puglia, Sicilia e Campania non se la passano tanto meglio.</p>
<p>&#8220;Sono disagi che hanno riguardato in particolare Milano - dice Sarmi - e li stiamo risolvendo. La nuova impostazione del servizio di recapito è basata su un progetto all&#8217;avanguardia che stiamo calando su tutto il territorio. In alcune zone si sono creati dei piccoli problemi, è vero, ma di qui a poco tutto rientrerà nella normalità&#8221;.</p>
<p>Mario Petitto, segretario generale della Cisl Poste, la vede un po&#8217; diversamente: &#8220;Il progetto di riorganizzazione ha rotto il vecchio sistema ma, purtroppo, non è ancora decollato. Chiederemo all&#8217;azienda di rivederlo, di aggiustare gli errori che porta con sé, altrimenti la posta non riesce più a recapitare in condizioni normali&#8221;. (Cisl intanto ha annunciato un altro mese di sciopero degli straordinari, dal 28 gennaio al 26 febbraio, che segue la protesta durata dal 13 dicembre al 12 gennaio).<br />
<!--inserto-->Centinaia di tonnellate di posta arretrata, giacenti. Lettere e cartoline in agonia da ormai due mesi. Ma anche corrispondenza pregiata, raccomandate, atti giudiziari, cumuli di &#8220;prioritaria&#8221; ancora da spedire. Uffici postali e centri di smistamento ingolfati; molti addirittura al collasso. I benevoli dicono che le poste italiane hanno il fiato corto. I malevoli che stanno scoppiando. Sullo stato di salute, forse, la verità sta nel mezzo. Nei tempi difficili che, complici una serie di fattori - primo fra tutti, sostengono i sindacati, gli effetti della riorganizzazione del servizio di recapito avviata da Poste italiane - stanno rendendo la vita amara ai 43 mila portalettere distribuiti nel nostro Paese.</p>
<p>La crisi delle consegne si è acutizzata a novembre del 2007. E sta allungando le sue &#8220;criticità&#8221; in tutta Italia. Da Nord a Sud, in particolare tra dicembre e gennaio, i tempi di recapito si sono diluiti fino a diventare, in alcune zone, imbarazzanti. I disagi maggiori hanno colpito la Lombardia, soprattutto Milano e provincia con un tappo di 200 tonnellate di corrispondenza arretrata. Qui, quattro giorni fa, l&#8217;amministratore delegato di Poste italiane, Massimo Sarmi, ha inviato una task force di ispettori per verificare cosa sta accadendo e perché. Ma Piemonte, Emilia Romagna, Puglia, Sicilia e Campania non se la passano tanto meglio.</p>
<p>&#8220;Sono disagi che hanno riguardato in particolare Milano - dice Sarmi - e li stiamo risolvendo. La nuova impostazione del servizio di recapito è basata su un progetto all&#8217;avanguardia che stiamo calando su tutto il territorio. In alcune zone si sono creati dei piccoli problemi, è vero, ma di qui a poco tutto rientrerà nella normalità&#8221;.</p>
<p>Mario Petitto, segretario generale della Cisl Poste, la vede un po&#8217; diversamente: &#8220;Il progetto di riorganizzazione ha rotto il vecchio sistema ma, purtroppo, non è ancora decollato. Chiederemo all&#8217;azienda di rivederlo, di aggiustare gli errori che porta con sé, altrimenti la posta non riesce più a recapitare in condizioni normali&#8221;. (Cisl intanto ha annunciato un altro mese di sciopero degli straordinari, dal 28 gennaio al 26 febbraio, che segue la protesta durata dal 13 dicembre al 12 gennaio).</p>
<h6>La Repubblica, 22 gennaio 2008<!-- fine OCCHIELLO --></h6>
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		<item>
		<title>Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo</title>
		<link>http://scapparevia.markino.net/2008/01/22/sprechi-lentezze-e-77-miliardi-di-euro-200-mila-prescrizioni-record-europeo/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 14:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Disorganizzazione]]></category>

		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>

		<category><![CDATA[lentezza]]></category>

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		<description><![CDATA[Dentro le aule Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni

Giustizia condannata

Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo
Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra dodici anni abbondanti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Dentro le aule Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni</h3>
<h2>
Giustizia condannata</h2>
<h3>
Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo</h3>
<p>Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra dodici anni abbondanti, quando sarà un vecchio rottame (calcisticamente) perfino il baby Pato, hanno dovuto segnarselo su un quaderno: appuntamento in tribunale. Così gli avevano detto: se il buon Dio li manterrà in salute (hanno già passato la settantina: forza nonni!), se quel giorno non verranno colpiti da un raffreddore, se il giudice non avrà un dolore cervicale, se il cancelliere non sarà in ferie, se gli avvocati non saranno in agitazione, se l’Italia non sarà bloccata da uno sciopero generale con paralisi di tutto, se non mancherà qualche carta bollata, se non salterà la corrente elettrica, Sua Maestà la Giustizia si concederà loro in udienza. E potranno finalmente discutere della loro causa contro l’Inps.</p>
<p>Dopo di che, auguri. Di rinvio in rinvio, col ritmo delle nostre vicende giudiziarie, già immaginavano una sentenza tra il 2025 e il 2030. Magari depositata, cascando su un giudice pigro, verso il 2035. Già centenari.Ma niente paura: sulla base della legge Pinto avrebbero potuto ricorrere in Appello contro la lentezza della giustizia. E ottenere l’«equa riparazione » per avere aspettato tanto. Certo, avrebbero dovuto avere pazienza: da 2003 al 2005 i ricorsi di questo tipo sono infatti raddoppiati (da 5.510 a 12.130) e in certi posti come Roma ci vuole già oggi un’eternità (due anni) per vedersi riconoscere di avere atteso un’eternità. Quanto ai soldi del risarcimento, ciao… Le somme che lo Stato è costretto a tirar fuori ogni anno continuano a montare, montare, montare…</p>
<p>E per quella lontana data non è detto che ci sia ancora un centesimo. Il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, del resto, l’ha già detto: «Se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi finanziarie». Diagnosi infausta confermata il mese scorso dal ministero dell’Economia. Secondo il quale i cittadini che hanno «potenzialmente diritto all’indennizzo» per i processi interminabili sono «almeno 100mila» l’anno. Mettete che abbiano diritto a strappare in media 7 mila euro ciascuno e fate il conto. Erano già rassegnati, i due braccianti, a darsi tempi biblici quando il Tribunale, per evitare una figuraccia, li ha in questi giorni richiamati: era tutto un errore, l’appuntamento è solo nel 2013. Ah, solo nel 2013! Solo fra cinque anni! Ecco com’è, il libro sulla giustizia italiana scritto da Luigi Ferrarella e titolato, con un malizioso richiamo alla dannazione eterna, «Fine pena mai»: un libro sospeso tra il ridicolo e l’incubo.</p>
<p>Un formidabile reportage su un pianeta che tutti pensiamo di conoscere e che scopriamo di non conoscere affatto. Almeno non fino in fondo. Fino agli abissi di numeri e situazioni incredibili. Un racconto che trabocca di storie, aneddoti, personaggi curiosi e surreali ma che allo stesso tempo non concede un grammo al populismo, alla demagogia, al qualunquismo. E che proprio grazie a questa sobrietà ricca di humour ma esente da ogni invettiva caciarona, in linea con lo stile di Ferrarella che i lettori del Corriere bene conoscono, rappresenta la più lucida, netta e spietata requisitoria contro un sistema che rischia di andare a fondo. E di tirare a fondo l’intero Paese. Sia chiaro: non ci sono solo ombre, nella giustizia italiana. Di più: se ogni giorno si compie il miracolo di tanti processi che arrivano in porto, tante udienze che vengono aperte, tanti colpevoli che finiscono in galera e tanti innocenti che ottengono l’assoluzione, è merito di migliaia di persone perbene, giudici, cancellieri, impiegati, fattorini, che si dannano l’anima in condizioni difficilissime. Se non proprio disperate.</p>
<p>Ma certo, anche le luci mostrano quanto sia buio il contesto. Bolzano, che nonostante un buco del 45% negli organici riesce ad aumentare la produttività, ridurre l’arretrato e insieme dimezzare le spese abbattendo addirittura del 60% i costi delle intercettazioni fa apparire ancora più scandalosi i contratti stipulati separatamente dai diversi tribunali per l’affitto delle costose apparecchiature necessarie al «Grande Orecchio », affitto che configurava «uno sconcertante ventaglio dei costi da 1 a 18 per lo stesso servizio». Torino, «capace tra il 2001 e il 2006 di ridurre di un terzo il carico pendente del contenzioso ordinario civile: una performance che, se imitata da tutti i tribunali italiani, in cinque anni avrebbe ridotto di 238 giorni il tempo medio di attesa di una sentenza civile» dimostra quanto siano incapaci di una reazione all’altezza la stragrande maggioranza degli altri uffici, dove si è accumulato un «debito giudiziario» spaventoso: «4 milioni e mezzo di procedimenti civili e 5 milioni di fascicoli penali». Una «macchina» sgangherata e infernale. Che «consuma più di 7,7 miliardi di euro l’anno» e per cosa? «Per impiegare in media 5 anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente; per far prescrivere da 150 a 200mila procedimenti l’anno, record europeo; per incarcerare ben 58 detenuti su 100 senza condanne definitive; per dare ragione o torto in una causa civile dopo più di 8 anni, per decidere in 2 anni un licenziamento in prima istanza; per far divorziare marito e moglie in sette anni e mezzo; per lasciare i creditori in balia di una procedura di fallimento per quasi un decennio; per protrarre 4 anni e mezzo un’esecuzione immobiliare».</p>
<p>Ma certo che ci sono raggi di sole. A Milano, per esempio, dall’11 dicembre 2006 si possono «emettere decreti ingiuntivi telematici. Il risultato del primo anno è stato fare guadagnare a cittadini e imprese richiedenti dai 12 ai 14 milioni di euro: cioè i soldi fatti loro risparmiare, nella differenza tra costo del denaro al 4% e tasso di interesse legale al 2,50%, dal fatto di poter disporre con quasi due mesi d’anticipo dei 700 milioni di euro che costituiscono il valore dei circa 3.500 decreti ingiuntivi emessi. Un effetto leva pazzesco: 100mila euro spesi per investire nella tecnologia, ma già 12-14 milioni di euro di ritorno per la collettività nel primo anno». Qual è la lezione? Ovvio: occorre assolutamente investire sulle nuove tecnologie. Macché. «Fine pena mai» dimostra che, dovendo tagliare e non avendo il fegato di tagliare là dove si dovrebbe ma dove stanno le clientele, le amicizie, le reti di interessi, hanno via via deciso di tagliare in questi anni perfino le email, gli accessi a Internet, l’acquisto di programmi elettronici, la messa a punto di software specifici, l’assistenza informatica.</p>
<p>L’ultimo somaro sa che se non puoi contare su un’assistenza efficiente, addio: il tuo computer può improvvisamente diventare inutile come un’auto senza ruote. Bene: su questo fronte «la disponibilità del ministero per il 2006 copre appena il 5% del fabbisogno annuale ». Auguri. Per non dire del casellario ancora aggiornato in larga parte manualmente e che dovrebbe diventare totalmente informatico quest’anno (e vai!) nonostante dovesse esserlo già dal 1989 (diciotto anni fa) e per questa sua arretratezza ha consentito ad esempio a una nomade «fermata in varie città 122 volte per furti o borseggi, e condannata a segmenti di pena di 6/9 mesi per volta» di totalizzare «in teoria 20 anni di carcere senza mai fare nemmeno un giorno in prigione». Colpa dei ministri di destra e di sinistra che si sono succeduti ammucchiando «troppe riforme» spesso in contraddizione l’una con l’altra. Del Parlamento che ha via via affastellato leggi su leggi votando ad esempio 19 modifiche alla custodia cautelare in tre decenni.</p>
<p>Dei politici che non hanno mai trovato la forza, il coraggio, lo spirito di servizio per dare «insieme» una nuova forma a un sistema giudiziario che ormai è così sgangherato che riesce a recuperare «soltanto dal 3% al 5%» delle pene pecuniarie, con una perdita secca annuale di 750 milioni di euro, cioè sette miliardi in un decennio, «nonché di 112 milioni di euro di spese processuali astrattamente recuperabili ». Così cieco che, taglia taglia, offre per le spese agli uffici giudiziari di Campobasso 138 mila euro e poi ne spende un milione, sette volte di più, per risarcire i cittadini vittime della giustizia troppo lenta anche per mancanza di fondi. E i magistrati? Tutti assolti? Ma niente affatto, risponde Ferrarella. Il quale non fa sconti a nessuno. E se riconosce qualche buona ragione a chi tende a inquadrare certi ritardi «nel contesto», contesto che è «il migliore avvocato difensore » del giudice sotto accusa, non manca di denunciare assurdità che gridano vendetta. Possibile che perfino chi si «dimenticò » in galera 15 mesi un immigrato se la sia cavata con una semplice censura perché «era la prima volta»? Che non abbia pagato dazio neanche chi ha depositato sentenze «riguardanti cause decise più di sette anni prima»? Che 3.612 istruttorie aperte per accertare la responsabilità delle «toghe» in 3.612 casi di indennizzo per processi troppo lenti si siano concluse con 3.612 assoluzioni?</p>
<h6>Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 22 gennaio 2008</h6>
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