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	<title>Scappare Via &#187; Ambiente</title>
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	<description>Tanti buoni motivi per scappare da questo paese malconcio</description>
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		<title>Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 07:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi E&#8217; successo a Trento. Marito e moglie condannati a sei e quattro mesi Avevano scaricato alcuni oggetti tecnologici in un&#8217;area destinata ad altri rifiuti TRENTO &#8211; Per liberarsi rapidamenente del vecchio televisore avevano deciso di abbandonarlo per strada. Per questo motivo marito e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Abbandonano la tv per strada: sei mesi di carcere per due coniugi</h1>
<h3>E&#8217; successo a Trento. Marito e moglie condannati a sei e quattro mesi<br />
Avevano scaricato alcuni oggetti tecnologici in un&#8217;area destinata ad altri rifiuti</h3>
<p>TRENTO &#8211; Per liberarsi rapidamenente del vecchio televisore avevano deciso di abbandonarlo per strada. Per questo motivo marito e moglie di Trento sono stati condannati rispettivamente a sei e quattro mesi di carcere e a pagare un&#8217;ammenda da 2000 euro.</p>
<p>La vicenda risale al 30 novembre 2006, quando in una zona periferica di Trento un furgone scaricò in un&#8217;isola ecologica un vecchio televisore, una fotocopiatrice ed una stampante. Ma per il giudice Giuseppe Serao furono violate le norme ambientali. Materiali come il tubo catodico e il toner non possono essere abbandonati per strada, neppure in un&#8217;isola ecologica che può ricevere altri rifiuti, ma non quelli di origine &#8220;tecnologica&#8221;. Per questo motivo ha condannato Marianna Meszaros, 34enne di origini ungheresi, e il 58enne marito Giuseppe Sbaffo.</p>
<p>A denunciare i coniugi alla polizia furono dei testimoni che fotografarono gli oggetti abbandonati e la targa del mezzo dal quale furono scaricati i rifiuti secondo legge non a norma.</p>
<h6><!-- fine TESTO -->(La Repubblica, <!-- inizio DATA -->12 luglio 2008<!-- fine DATA -->) <!-- fine TITOLO --></h6>
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		<title>Cassonetti su Al Jazeera. L&#8217;Italia in mondovisione è roba da terzo mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2008 15:04:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Cassonetti su Al Jazeera. L&#8217;Italia in mondovisione è roba da terzo mondo L&#8217;emergenza rifiuti a Napoli finisce sulle televisioni di tutto il pianeta Eravamo campioni di tv spazzatura, adesso solo di spazzatura. Un bel biglietto da visita! Le immagini dell&#8217;Italia che i telegiornali di tutto il mondo stanno mandando in onda riguardano la rivolta contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Cassonetti su Al Jazeera. L&#8217;Italia in mondovisione è roba da terzo mondo</h3>
<h2>L&#8217;emergenza rifiuti a Napoli finisce sulle televisioni di tutto il pianeta</h2>
<p>Eravamo campioni di tv spazzatura, adesso solo di spazzatura. Un bel biglietto da visita! Le immagini dell&#8217;Italia che i telegiornali di tutto il mondo stanno mandando in onda riguardano la rivolta contro la riapertura della discarica di Pianura. Si vedono roghi, montagne di immondizia per le strade di Napoli, cariche di polizia e sassaiole, ambulanze, un autobus in fuoco. Persino Al Jazeera, versione inglese, ci ha trattato come meritiamo.</p>
<p><span style="font-weight: bold">Il bello (il brutto) è che le immagini di Napoli erano accostate</span>, per uno strano destino, a disastri naturali, a inondazioni, ai grandi slum di Nairobi, le baraccopoli sorte sulle montagne di rifiuti. Dobbiamo rassegnarci: nella rappresentazione giornalistica internazionale rischiamo di apparire come un Paese del «terzo mondo», ammesso che questa definizione abbia ancora senso, un Paese che si fa sommergere e opprimere dai rifiuti, un Paese che un tempo dettava stili di vita e che ora naviga nell&#8217;immondizia.<br />
Al Jazeera è la tv satellitare pan-araba che trasmette 24 ore su 24, come la Cnn. La sua sede è a Doha, capitale del piccolo emirato del Qatar; qualche anno fa è diventata all&#8217;improvviso famosa per aver trasmesso l&#8217;appello di Osama Bin Laden alla «guerra santa» contro gli Usa. Adesso possiede una rete in inglese: significa che è importante non solo per i Paesi arabi. E noi su Al Jazeera, come su altre all news, ci siamo finiti per la nostra incapacità di risolvere un problema vitale come quello del pattume: «Naples residents riot over rubbish», è rivolta a Napoli per i rifiuti. Sul sito di Al Jazeera, in coda alla descrizione della guerriglia, sono riportate sia le preoccupazioni del presidente Giorgio Napolitano che quelle di Romano Prodi: «Everybody&#8217;s watching us, and I don&#8217;t want Italy to give off this negative image». È proprio così: tutti ci vedono, persino nei Paesi arabi, e l&#8217;immagine che l&#8217;Italia offre di sé è negativa. Ed è la cosa più triste, infelice, dannosa che potessimo fare: fornire lo qualche spettacolo avvilente di un Paese che non è più in grado di smaltire i suoi rifiuti. A corredo della notizia, Al Jazeera propone la connessione con due vecchie vicende riguardanti mafia e camorra. Bingo! In questi anni, qualche bello spirito ha pensato che tutti i problemi potessero essere risolti in termini d&#8217;immagine, di apparenza, di moda.</p>
<p id="rectangle right" class="right"><!-- OAS AD '180x150'begin --><script type="text/javascript">   <!-- OAS_AD('Bottom1'); //--></script><a target="_blank" href="http://oas.rcsadv.it/5c/corriere.it/pp/cronache/643612099/Bottom1/default/empty.gif/35316430346162393435613764626530"><img border="0" width="2" src="http://a248.e.akamai.net/6/592/1130/0/oas-eu.247realmedia.com/0/default/empty.gif" height="2" /></a> <!-- OAS AD '180x150' end --></p>
<p><span style="font-weight: bold">Sottovalutando un po&#8217; il reale.</span> Che ogni tanto scuote il corpaccione e si prende le sue rivincite. Così, all&#8217;immagine che vorremmo dare di noi, si sostituisce l&#8217;immagine che gli altri hanno di noi.<br />
Tempo fa, descrivendo Rai International sottolineavo l&#8217;aria di provincia e di mestizia che spira da quel canale. Rai International è l&#8217;immagine della Rai all&#8217;estero ma soprattutto è l&#8217;immagine globale del nostro Paese perché è l&#8217;unico canale di cui disponiamo nel mondo. Non siamo nemmeno in grado di sottotitolare in inglese il Tg1. Temo però che la situazione sia ancora più grave: la modestia della nostra tv riproduce bene l&#8217;emergenza attuale del nostro Paese. L&#8217;emergenza spazzatura, appunto.</p>
<h6 class="footnotes">Aldo Grasso, Corriere della Sera, 7 gennaio 2008</h6>
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		<title>Buste di plastica, finto addio</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Dec 2007 18:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<description><![CDATA[In Italia manca la norma per vietarle. «Pericolose anche le biodegradabili» ROMA — Il divieto dovrebbe scattare dal primo gennaio 2010. Ma chi lo infrangerà, non rischierà nulla. Anche l&#8217;Italia ha deciso di mettere al bando le buste di plastica: sacchetti per la spesa, imballaggi e via dicendo. Con un piccolo particolare. La norma della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>In Italia manca la norma per vietarle. «Pericolose anche le biodegradabili»</h2>
<p><strong>ROMA</strong> — I<span style="font-weight: normal"></span><span style="font-weight: normal"></span><span style="font-weight: normal">l divieto dovrebbe scattare dal primo gennaio 2010</span><span style="font-weight: normal">. Ma chi lo infrangerà, non rischierà nulla. Anche l&#8217;Italia ha deciso di mettere al bando le buste di plastica: sacchetti per la spesa, imballaggi e via dicendo. Con un piccolo particolare. La norma della Finanziaria 2007 approvata un anno fa che dovrebbe mandare in pensione il «polietilene » ha infatti solo valore di indirizzo. Doveva essere seguita da un altro provvedimento. Nessuno l&#8217;ha visto. La legge resta monca, almeno per adesso. Il dibattito, fra polemiche e veleni e con gli ambientalisti divisi, si è riaperto in questi giorni. Quando le autorità locali di Londra hanno avviato l&#8217;iter per vietare gli shopper non biodegradabili. Molti Paesi hanno preferito un&#8217;altra strada: dall&#8217;Irlanda alla Danimarca, da Taiwan alla Germania, è stata già adottata una mini-tassa sulle buste in plastica, considerate dannosissime perché possono resistere per 400 anni nel deserto, in fondo al mare, sulle rive dei fiumi o sulle cime del Tibet. Un pericolo per qualsiasi ecosistema. </span></p>
<p><span style="font-weight: bold">Il nostro Parlamento ha puntato sul divieto «all&#8217;italiana»</span>. Senza multe o sanzioni per i trasgressori. «La norma è giusta — dice Angelo Bonelli, capogruppo alla Camera dei Verdi —, ma in Europa c&#8217;è la libera circolazione delle merci, senza una direttiva comunitaria il veto non può essere imposto». «La Finanziaria 2007 ha segnato comunque un primo passo, ha sancito il principio secondo il quale si usa solo il biodegradabile », spiega il senatore ulivista Riccardo Ferrante, direttore generale di Legambiente, autore dell&#8217;emendamento anti- plastica. L&#8217;alternativa si chiama mater-bi: è un «polimero biodegradabile» ricavato dall&#8217;amido di mais, brevettato e prodotto dalla Novamont, azienda nata come costola della Montedison e ora autonoma, con sede a Novara e stabilimenti a Terni. L&#8217;eco-plastica, dunque. La capacità produttiva però è limitata: 20-30 mila tonnellate all&#8217;anno, a fronte delle 300 mila consumate per le buste non biodegradabili. Al Cnr di Portici invece hanno messo a punto un altro materiale, derivato dalle bucce di pomodoro. L&#8217;uso industriale è ancora lontano. «La scadenza del 2010 rischia di creare problemi seri — dice Giuseppe Rossi, presidente dell&#8217;associazione PlasticsEurope Italia, aderente a Confindustria —, prima di tutto perché Novamont, che è nostra iscritta, non è in grado di produrre tutto il materiale necessario. Il mater-bi è più costoso. E poi i sacchetti in amido di mais vanno bene per alcune funzioni, come la raccolta dei rifiuti, ma sono meno adatti per altre perché non sono resistenti. Anziché vietare la plastica, bisognerebbe utilizzarla meglio, incentivando il ri-uso delle buste e il riciclaggio ».</p>
<p id="rectangle right" class="right"><!-- OAS AD '180x150'begin --><script type="text/javascript">   <!-- OAS_AD('Bottom1'); //--></script><a target="_blank" href="http://oas.rcsadv.it/5c/corriere.it/pp/cronache/1370243970/Bottom1/default/empty.gif/35316430346162393435613764626530"><img border="0" width="2" src="http://a248.e.akamai.net/6/592/1130/0/oas-eu.247realmedia.com/0/default/empty.gif" height="2" /></a> <!-- OAS AD '180x150' end --></p>
<p><span style="font-weight: bold">Secondo il Wwf, la diffusione del mater- bi non è esente da rischi ambientali</span>: «Non siamo contrari — commenta Massimiliano Varriale, responsabile del settore energia e clima dell&#8217;associazione di Fulco Pratesi —, ma poniamo degli interrogativi. Siamo sicuri che la coltivazione estesa del mais non alteri gli ecosistemi? È una pianta che consuma tantissima acqua ed energia. Siamo sicuri che il mater-bi sia completamente biodegradabile? Non ci risulta. E non vorremmo dover ricorrere all&#8217;import del mais, ci sarebbe il pericolo di utilizzare piante transgeniche. Il mater-bi probabilmente è ottimo, ma la sostituzione totale della plastica con questo materiale forse andava studiata meglio». Per Coldiretti, la materia prima non manca: «Basta adibire al mais 200 mila ettari», cioè un quinto delle terre agricole non utilizzate. Gli ambientalisti comunque non si fermano. «Nella Finanziaria 2008— annuncia Angelo Bonelli — vogliamo introdurre il divieto delle lampade a incandescenza dal 2011 e una norma che preveda per gli elettrodomestici sistemi di spegnimento alternativi allo stand by, che consuma inutilmente energia. Potremmo così evitare la produzione di oltre 3,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica all&#8217;anno ».</p>
<h6 class="footnotes">Paolo Foschi, Corriere della Sera, 2 dicembre 2007</h6>
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