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	<title>Scappare Via &#187; Degrado</title>
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	<description>Tanti buoni motivi per scappare da questo paese malconcio</description>
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		<title>Bimbi giocano tra i topi, rivolta delle mamme</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 18:35:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esasperati i genitori: da anni denunciamo il degrado, nessuno interviene Bimbi giocano tra i topi, rivolta delle mamme Piazza Bacone, giardini invasi dai roditori. A rischio la salute dei piccoli. Il Codacons: hanno anche divorato le loro merendine Topi che corrono da una parte all&#8217;altra del prato. E che addirittura piluccano le merendine dei bambini. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="occhiello"><span class="occhiello"><em>Esasperati i genitori: da anni denunciamo il degrado, nessuno interviene</em></span></div>
<h2><span class="titolo">Bimbi giocano tra i topi, rivolta delle mamme</span></h2>
<h3><span class="sommario">Piazza Bacone, giardini invasi dai roditori. A rischio la salute dei piccoli. Il Codacons: hanno anche divorato le loro merendine</span></h3>
<div class="doc" xml:lang="it">
<div class="articolo">
<div class="testo">
<div class="p"><strong class="b">Topi che corrono da una parte all&#8217;altra del prato</strong>. E che addirittura piluccano le merendine dei bambini. Non è una scena del film «Ratatouille», ma la situazione dei giardinetti di piazzale Bacone, dove le aiuole sono invase dai roditori. «Seduti sulle panchine si sentono fruscii nei cespugli, se non c&#8217;è troppa gente corrono da una parte all&#8217;altra, proprio dove giocano i bambini», spiega Giuseppina Monaco, una delle tante mamme esasperate dalla situazione. Da almeno due anni si rivolgono al Comune. Fax, raccolte di firme ed email. Nulla. O meglio: «Rispondono. Però non fanno nulla. Ci hanno raccontato di aver messo le trappole, ma i topi sono ancora lì. Ci vorrebbe è una bella disinfestazione», sottolinea Paolo Turati che insieme ad altri genitori della zona si sono rivolti al Codacons: «Il livello di manutenzione di questi giardinetti è pari a zero, bisogna fare qualcosa. Non è igienico. E i bambini rischiano di prendersi delle malattie».</div>
<div class="p"></div>
<div class="p"><strong class="b">I giardinetti di piazzale Bacone. E sì che dovevano essere</strong> un fiore all&#8217;occhiello per il quartiere. Spazi attrezzati per i bambini. Un&#8217;area per giocare, proprio davanti all&#8217;istituto comprensivo che, tra materne, elementari e medie, ospita almeno un migliaio di studenti. Invece, sostengono i residenti, «di notte è un covo per drogati. Di giorno ci sono ubriaconi sulle panchine. E adesso anche i topi». È delusa, Agnese Agosto. Lei è da un paio d&#8217;anni che si batte per questa piazza: «Sono andata negli uffici comunali, ho raccolto una cinquantina di firme per far presente la situazione. Mi hanno risposto che le siepi non le possono tagliare perché sono state disegnate da un architetto. E che sono state piantate anche delle rose pregiate ».</div>
<div class="p"></div>
<div class="p"><strong class="b">E per quanto riguarda i controlli, «hanno promesso </strong>che provvederanno». Già. Lunedì «mia figlia ha trovato una siringa usata» ed esattamente un anno fa una mamma era stata punta, un ago le si era conficcato nel piede mentre spingeva la figlia sull&#8217;altalena. Anche in quel caso, interviene una donna di origini brasiliane, «non è più stato fatto nulla. Non importa se viviamo con l&#8217;incubo». Ora, però, se ne è aggiunto un altro. I topi. «Si sono moltiplicati in un&#8217;estate. Le merendine? Certo che è successo», spiega la signora Agosto. Ma, anche lì, «nessuno se ne interessa.</div>
<div class="p"></div>
<div class="p"><strong class="b">L&#8217;unica cosa da fare è trasferirsi, perché «il degrado</strong> a due passi da corso Buenos Aires non è più accettabile». E se per il presidente del Codacons, Marco Maria Donzelli, è evidente che «il Comune se ne frega del degrado, visto che non fa niente di serio per affrontare il problema», secondo Paolo Uguccioni, presidente del comitato Venezia- Baires, «la colpa è anche di chi sporca». Certo, le «istituzioni hanno le loro responsabilità, ma è anche vero che i cittadini sono maleducati. E i topi vivono nella sporcizia». Intanto, però, c&#8217;è la paura dei genitori per i loro bambini. «Perché qui non siamo nel film Ratatouille ».</div>
<div class="p"></div>
<h6>Bebedetta Argentieri, 10 settembre 2008, Correre della Sera</h6>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Cassonetti su Al Jazeera. L&#8217;Italia in mondovisione è roba da terzo mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2008 15:04:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<description><![CDATA[Cassonetti su Al Jazeera. L&#8217;Italia in mondovisione è roba da terzo mondo L&#8217;emergenza rifiuti a Napoli finisce sulle televisioni di tutto il pianeta Eravamo campioni di tv spazzatura, adesso solo di spazzatura. Un bel biglietto da visita! Le immagini dell&#8217;Italia che i telegiornali di tutto il mondo stanno mandando in onda riguardano la rivolta contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Cassonetti su Al Jazeera. L&#8217;Italia in mondovisione è roba da terzo mondo</h3>
<h2>L&#8217;emergenza rifiuti a Napoli finisce sulle televisioni di tutto il pianeta</h2>
<p>Eravamo campioni di tv spazzatura, adesso solo di spazzatura. Un bel biglietto da visita! Le immagini dell&#8217;Italia che i telegiornali di tutto il mondo stanno mandando in onda riguardano la rivolta contro la riapertura della discarica di Pianura. Si vedono roghi, montagne di immondizia per le strade di Napoli, cariche di polizia e sassaiole, ambulanze, un autobus in fuoco. Persino Al Jazeera, versione inglese, ci ha trattato come meritiamo.</p>
<p><span style="font-weight: bold">Il bello (il brutto) è che le immagini di Napoli erano accostate</span>, per uno strano destino, a disastri naturali, a inondazioni, ai grandi slum di Nairobi, le baraccopoli sorte sulle montagne di rifiuti. Dobbiamo rassegnarci: nella rappresentazione giornalistica internazionale rischiamo di apparire come un Paese del «terzo mondo», ammesso che questa definizione abbia ancora senso, un Paese che si fa sommergere e opprimere dai rifiuti, un Paese che un tempo dettava stili di vita e che ora naviga nell&#8217;immondizia.<br />
Al Jazeera è la tv satellitare pan-araba che trasmette 24 ore su 24, come la Cnn. La sua sede è a Doha, capitale del piccolo emirato del Qatar; qualche anno fa è diventata all&#8217;improvviso famosa per aver trasmesso l&#8217;appello di Osama Bin Laden alla «guerra santa» contro gli Usa. Adesso possiede una rete in inglese: significa che è importante non solo per i Paesi arabi. E noi su Al Jazeera, come su altre all news, ci siamo finiti per la nostra incapacità di risolvere un problema vitale come quello del pattume: «Naples residents riot over rubbish», è rivolta a Napoli per i rifiuti. Sul sito di Al Jazeera, in coda alla descrizione della guerriglia, sono riportate sia le preoccupazioni del presidente Giorgio Napolitano che quelle di Romano Prodi: «Everybody&#8217;s watching us, and I don&#8217;t want Italy to give off this negative image». È proprio così: tutti ci vedono, persino nei Paesi arabi, e l&#8217;immagine che l&#8217;Italia offre di sé è negativa. Ed è la cosa più triste, infelice, dannosa che potessimo fare: fornire lo qualche spettacolo avvilente di un Paese che non è più in grado di smaltire i suoi rifiuti. A corredo della notizia, Al Jazeera propone la connessione con due vecchie vicende riguardanti mafia e camorra. Bingo! In questi anni, qualche bello spirito ha pensato che tutti i problemi potessero essere risolti in termini d&#8217;immagine, di apparenza, di moda.</p>
<p id="rectangle right" class="right"><!-- OAS AD '180x150'begin --><script type="text/javascript">   <!-- OAS_AD('Bottom1'); //--></script><a target="_blank" href="http://oas.rcsadv.it/5c/corriere.it/pp/cronache/643612099/Bottom1/default/empty.gif/35316430346162393435613764626530"><img border="0" width="2" src="http://a248.e.akamai.net/6/592/1130/0/oas-eu.247realmedia.com/0/default/empty.gif" height="2" /></a> <!-- OAS AD '180x150' end --></p>
<p><span style="font-weight: bold">Sottovalutando un po&#8217; il reale.</span> Che ogni tanto scuote il corpaccione e si prende le sue rivincite. Così, all&#8217;immagine che vorremmo dare di noi, si sostituisce l&#8217;immagine che gli altri hanno di noi.<br />
Tempo fa, descrivendo Rai International sottolineavo l&#8217;aria di provincia e di mestizia che spira da quel canale. Rai International è l&#8217;immagine della Rai all&#8217;estero ma soprattutto è l&#8217;immagine globale del nostro Paese perché è l&#8217;unico canale di cui disponiamo nel mondo. Non siamo nemmeno in grado di sottotitolare in inglese il Tg1. Temo però che la situazione sia ancora più grave: la modestia della nostra tv riproduce bene l&#8217;emergenza attuale del nostro Paese. L&#8217;emergenza spazzatura, appunto.</p>
<h6 class="footnotes">Aldo Grasso, Corriere della Sera, 7 gennaio 2008</h6>
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		<title>Graffiti e statue mutilate, degrado a Brera</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2007 21:23:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Incuria e abbandono nello storico palazzo che ospita Accademia e pinacoteca. «Ma abbiamo le mani legate» MILANO &#8211; Sulla carta, dovrebbe essere uno dei fiori all&#8217;occhiello di Milano. Ma lo storico palazzo neoclassico di via Brera 28 è in realtà lo specchio dei tempi che corrono. Uno specchio che oggi mostra un lento e inesorabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Incuria e abbandono nello storico palazzo che ospita Accademia e pinacoteca. «Ma abbiamo le mani legate»</h2>
<p><strong>MILANO</strong> &#8211; Sulla carta, dovrebbe essere uno dei fiori all&#8217;occhiello di Milano. Ma lo storico palazzo neoclassico di via Brera 28 è in realtà lo specchio dei tempi che corrono. Uno specchio che oggi mostra un lento e inesorabile degrado, che coinvolge tutto lo stabile che ospita alcuni dei punti di riferimento della cultura milanese. Se Brera è un nome molto antico e la sua terminologia deriva da «braida», parola di origine germanica che significa ampio spazio erboso, non è da meno l&#8217;edificio monumentale, sorto su di un antico convento trecentesco dell&#8217;ordine degli Umiliati. Passato poi ai Gesuiti, si deve prima a loro e a Maria Teresa d&#8217;Austria poi, la caratterizzazione come complesso di valenza artistica e educativa, prerogative queste che lo rendono unico nel suo genere. Qui c&#8217;è il cuore della cultura milanese e attorno ad esso sorge un quartiere che è nel corso dei decenni è stato culla e casa, nativa o di adozione, per un gran numero di artisti.</p>
<p><strong>LE SEI ISTITUZIONI</strong> &#8211; La punta di diamante è da sempre la Pinacoteca, uno degli spazi museali pubblici più prestigiosi d&#8217;Italia (vi sono custoditi, tra gli altri, il «Cristo morto» di Mantegna, «Lo sposalizio della Vergine» di Raffaello, il «Quarto stato» di Pelizza da Volpedo). Ma all&#8217;interno del complesso si trovano anche altre istituzioni di valore internazionale: la prestigiosa Accademia di Belle Arti, la Biblioteca Nazionale Braidense, l&#8217;Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, l&#8217;Osservatorio astronomico, I&#8217;Istituto di fisica generale applicata e l&#8217;Orto Botanico.</p>
<p><strong>IL CORTILE DI STENDHAL</strong> &#8211; Il palazzo di Brera, che aprì al pubblico nel 1786 e che fu completato dall&#8217;architetto Giuseppe Piermarini (lo stesso della Scala e della Villa Reale di Monza), è in condizioni degradate. Preoccupano le vistose crepe nei muri e nelle volte, la condizione delle statue di marmo presenti nel loggiato, il Napoleone I del Canova, opera che troneggia al centro del cortile che Stendhal definì «più bello del Louvre».</p>
<p><strong>«MANI LEGATE»</strong> &#8211; «Il degrado è evidente – ammette il direttore dell&#8217;Accademia, prof. Ferdinando De Filippi –, ma noi non possiamo fare nulla. Noi delle Belle Arti facciamo parte del Miur, il ministero dell&#8217; Univeristà e della ricerca, mentre la Pinacoteca, la Biblioteca Nazionale Braidense fanno parte del Mibac, il ministero dei Beni Culturali. Ci possiamo solo occupare dei corridoi interni, delle aule, mentre il palazzo, il cortile, le statue fanno capo all&#8217;Agenzia del Demanio». Una situazione, questa, riconosciuta anche dalla direttrice della Pinacoteca, Luisa Arrigoni: «Siamo un condominio senza proprietario». «Non c&#8217;è dubbio che le statue in gesso dei corridoi della Accademia siano sporche – dice ancora il direttore De Filippi -, ma non le possiamo toccare. L&#8217;edificio neoclassico di via Brera 28 è un caso unico al mondo perché esprime un concetto di interdisciplinarietà artistica».</p>
<p><strong>«PRONTI A LASCIARE»</strong> &#8211; Tuttavia, la valenza storica del luogo non riesce a far dimenticare le difficoltà e i problemi dovuti alla ristrettezza e all&#8217;inadeguatezza degli spazi didattici. «Certo – sottolinea De Filippi -, se ci dovessero assegnare una sede idonea alle nostre esigenze formative, tenendo conto degli attuali 14.000 metri quadrati, noi ce ne andremmo. Abbiamo provato a chiedere altre sedi ma per ora non si è fatto nulla. Il nostro desiderio? Vorremmo una Brera due nella area Bicocca».</p>
<p><strong>VANDALISMO E DEGRADO</strong> &#8211; Il decadimento dell&#8217;edificio è maggiormente visibile nel cortile interno, nelle statue presenti nel loggiato, coperte da escrementi di piccioni, nei passaggi pedonali interni, per non parlare delle volte scrostate, delle vistose crepe sui muri al piano terra. L&#8217;Accademia non è indenne allo sfacelo. L&#8217;ingresso ci accoglie con un avviso: «Vietato introdurre i cani in Accademia», che fa riferimento ad un Regolamento sulle norme di comportamento disponibile sul sito ufficiale. Pochi passi e troviamo le statue in gesso mutilate negli arti, un vandalismo diffuso fatto di scarabocchi e affini sulle parerti dei corridoi che ci conducono verso le aule, i bagni assolutamente impresentabili, le aule con le prese della corrente a vista sospese dal soffitto e un generale stato di abbandono. «Noi della Accademia di Brera – precisa il direttore De Filippi – per quanto riguarda la pulizia, paghiamo ad un&#8217;impresa 150.000 euro l&#8217;anno».</p>
<p><strong>L&#8217;AUTONOMIA </strong>- Non si discute l&#8217;offerta formativa assolutamente di primissimo livello, ma restano gravi perplessità sulla condizione del servizio che viene offerto ai 4 mila potenziali artisti che la frequentano. E pensare che fin dal 1926, con la riforma Gentile, avvenne il distacco dell&#8217;Accademia dal Politecnico della Scuola di Architettura e iniziò la storia esclusiva di questa istituzione che vide alternarsi nel corso del Novecento una fucina di personalità che si sono distinte nell&#8217;insegnamento e nella formazione.</p>
<p><strong>ANTICHI FASTI</strong> &#8211; Sembrano lontanissimi i tempi in cui Carlo Carrà e Achille Funi furono allievi e poi maestri, oppure il giovane Giovanni Segantini (che si iscrisse ai corsi serali), Adolfo Wildt e i suoi studenti più famosi – Lucio Fontana e Fausto Melotti -, Marino Marini, Giacomo Manzù, oppure Damiano Damiani, Ennio Morlotti, Guido Ballo, il Premio Nobel Dario Fo &#8211; che ancora oggi la visita di tanto in tanto provando rabbia per un patrimonio che non viene trattato come meriterebbe -, Luciano Fabro, Roberto Sanesi, Patrizia Runfola, legarono il proprio sapere qui, tra queste mura, «in nome del pubblico beneficio delle belle arti». Quando le belle arti erano tali anche nel modo di presentarsi del palazzo. Senza prese elettriche volanti, bagni imbrattati come in un autogrill, statue amputate o ricoperte di guano.</p>
<h6> Ambra Craighero, Corriere della Sera, 19 dicembre 2007</h6>
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		<title>Abusivi in Galleria, lo choc di Milano</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 16:35:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I sottotetti del «salotto di Milano» trasformati in bivacchi abusivi di clochard e clandestini MILANO — «Dai, sono stanco. Andiamo?». «No. Prima devo pulire meglio il pavimento». E poi, dopo il dibattito di mezzanotte tra il netturbino sfaticato e quello che fatica, dicono che la Galleria è sporca. Ma quale sporca. Basta star all&#8217;esterno. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>I sottotetti del «salotto di Milano» trasformati in bivacchi abusivi di clochard e clandestini</h2>
<p><strong>MILANO</strong> — «Dai, sono stanco. Andiamo?». «No. Prima devo pulire meglio il pavimento». E poi, dopo il dibattito di mezzanotte tra il netturbino sfaticato e quello che fatica, dicono che la Galleria è sporca. Ma quale sporca. Basta star all&#8217;esterno. E non entrare nel portone ai civici 11 e 12, ed entrarci dentro, in questa Galleria. Lampadine sradicate. Ascensore che fa prigionieri. Intonaco che crolla. Tappeti di mozziconi. E, salendo salendo, tra uffici di vere e fantomatiche associazioni, tra porte di abitazioni con il campanello rotto, tra cartelli «attenzione videosorveglianza » senza che ci siano telecamere, ecco, salendo salendo si arriva in cima. Nei sottotetti. Conquistati dai barboni. E usati dagli inquilini regolari che hanno sfondato gli spazi per regalarsi verande. Con lavatrici. Rubinetti. Tavoli di lavoro. Piani per stendere la biancheria. Vasi di fiori. È l&#8217;abusivismo che dalle periferie sconfina in centro. In pieno centro. In quel «salotto» di Milano che, all&#8217;assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi, più che un salotto pare un altro posto della casa. Tant&#8217;è. Sgarbi, venerdì, ha galoppato in esplorazione e ha scoperto una galleria nella Galleria di mansarde ricavate sotto le travi, in angoli minuscoli che i barboni hanno reso casa: televisore, calorifero portatile, angolo per la biancheria intima, pila dei libri.</p>
<p><span style="font-weight: bold">Ieri, dopo la missione di Sgarbi, ci ha pensato il vicesindaco Riccardo De Corato a correre ai ripari</span>. E la soluzione qual è stata? Murare i sottotetti occupati. Murare. Come si fa quando si libera un appartamento sottratto agli abusivi. Negli stabili popolari. E i barboni? Loro, tutti italiani — già ribattezzati i senza sottotetto —, si sono ritrovati al vicino McDonald&#8217;s, utilizzato ogni mattina per darsi una sciacquata. Non si preoccupano: «Dormiremo per terra ». O andranno dal signor T., un senzatetto che ha ricevuto «in dono» un monolocale in corso Matteotti. Dietro l&#8217;angolo. Sempre in centro. Pieno centro. Perché, alla fine, in questo «salotto» si accomodano in tanti. E sovente capita che lo facciano gratis. O a prezzi ridicoli. Il discorso vale per i clochard. E per gli inquilini regolari. Il problema è che un censimento reale di questi ultimi non c&#8217;è. De Corato: «Sarà pronto a breve». Interrogare i diretti interessati, è dura. Per esempio, i proprietari delle verande — quelle con lavatrici, rubinetti, tavoli di lavoro — non si fanno notare. Oppure non si fanno trovare. Ora: Sgarbi è deciso a proseguire con le avventure da Indiana Jones metropolitano, e tra i prossimi «obiettivi» mette proprio gli inquilini. Sempre che non lo fermino prima. È pur sempre un assessore, anche se, sul tema della Galleria, attacca la (sua) giunta, guidata da Letizia Moratti: «Non abbiamo idee e progetti. È meglio se la Galleria la lasciamo ai privati. Loro saprebbero riqualificarla». Per intanto, Sgarbi sogna di trasformare le mansarde abitate dai barboni in un museo d&#8217;arte contemporanea: «Voglio lasciare tutto così com&#8217;è. I calzini. La puzza. Per far vedere quanto in basso è scesa Milano». Il museo, non si farà. Non per altro. A parte che «entro martedì al massimo», garantisce il Comune, «mureremo tutto », da oggi, una pattuglia di vigili presidierà l&#8217;ingresso del palazzo. Anche se i ghisa, con il sindacato Siapol, ricordano che «sono anni che segnaliamo gli abusivi».</p>
<p><span style="font-weight: bold">Risultato? «Zero. Ci vogliono a contrastare perennemente i rom»</span>. In ogni modo: il presidio sarà anche notturno? Perché il bello è che, l&#8217;altra notte, quando i netturbini decidevano il da farsi, il portone era chiuso. Tre ore dopo, era aperto. Cinque ore dopo, chiuso. I barboni che si sono infilati su avevano le chiavi? Da chi potrebbero averle avute? Di certo non dal signor Spotorno. Il suo nome è su una targhetta affissa non sulla porta di un appartamento quanto su una portafinestra che conduce a una balconata. Dunque, è fuoriluogo, la targa l&#8217;avranno messa lì a caso. Un attimo, però: e se il signor Spotorno fosse un occupante irregolare che sulla balconata ci vive? «Impossibile», dice Sgarbi, «è troppo lercia».</p>
<h6 class="footnotes">Andrea Galli, corriere della Sera, 16 dicembre 2007</h6>
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