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	<title>Scappare Via &#187; processi</title>
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	<description>Tanti buoni motivi per scappare da questo paese malconcio</description>
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		<title>Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 14:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dentro le aule Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni Giustizia condannata Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Dentro le aule Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni</h3>
<h2>
Giustizia condannata</h2>
<h3>
Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo</h3>
<p>Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra dodici anni abbondanti, quando sarà un vecchio rottame (calcisticamente) perfino il baby Pato, hanno dovuto segnarselo su un quaderno: appuntamento in tribunale. Così gli avevano detto: se il buon Dio li manterrà in salute (hanno già passato la settantina: forza nonni!), se quel giorno non verranno colpiti da un raffreddore, se il giudice non avrà un dolore cervicale, se il cancelliere non sarà in ferie, se gli avvocati non saranno in agitazione, se l’Italia non sarà bloccata da uno sciopero generale con paralisi di tutto, se non mancherà qualche carta bollata, se non salterà la corrente elettrica, Sua Maestà la Giustizia si concederà loro in udienza. E potranno finalmente discutere della loro causa contro l’Inps.</p>
<p>Dopo di che, auguri. Di rinvio in rinvio, col ritmo delle nostre vicende giudiziarie, già immaginavano una sentenza tra il 2025 e il 2030. Magari depositata, cascando su un giudice pigro, verso il 2035. Già centenari.Ma niente paura: sulla base della legge Pinto avrebbero potuto ricorrere in Appello contro la lentezza della giustizia. E ottenere l’«equa riparazione » per avere aspettato tanto. Certo, avrebbero dovuto avere pazienza: da 2003 al 2005 i ricorsi di questo tipo sono infatti raddoppiati (da 5.510 a 12.130) e in certi posti come Roma ci vuole già oggi un’eternità (due anni) per vedersi riconoscere di avere atteso un’eternità. Quanto ai soldi del risarcimento, ciao… Le somme che lo Stato è costretto a tirar fuori ogni anno continuano a montare, montare, montare…</p>
<p>E per quella lontana data non è detto che ci sia ancora un centesimo. Il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, del resto, l’ha già detto: «Se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi finanziarie». Diagnosi infausta confermata il mese scorso dal ministero dell’Economia. Secondo il quale i cittadini che hanno «potenzialmente diritto all’indennizzo» per i processi interminabili sono «almeno 100mila» l’anno. Mettete che abbiano diritto a strappare in media 7 mila euro ciascuno e fate il conto. Erano già rassegnati, i due braccianti, a darsi tempi biblici quando il Tribunale, per evitare una figuraccia, li ha in questi giorni richiamati: era tutto un errore, l’appuntamento è solo nel 2013. Ah, solo nel 2013! Solo fra cinque anni! Ecco com’è, il libro sulla giustizia italiana scritto da Luigi Ferrarella e titolato, con un malizioso richiamo alla dannazione eterna, «Fine pena mai»: un libro sospeso tra il ridicolo e l’incubo.</p>
<p>Un formidabile reportage su un pianeta che tutti pensiamo di conoscere e che scopriamo di non conoscere affatto. Almeno non fino in fondo. Fino agli abissi di numeri e situazioni incredibili. Un racconto che trabocca di storie, aneddoti, personaggi curiosi e surreali ma che allo stesso tempo non concede un grammo al populismo, alla demagogia, al qualunquismo. E che proprio grazie a questa sobrietà ricca di humour ma esente da ogni invettiva caciarona, in linea con lo stile di Ferrarella che i lettori del Corriere bene conoscono, rappresenta la più lucida, netta e spietata requisitoria contro un sistema che rischia di andare a fondo. E di tirare a fondo l’intero Paese. Sia chiaro: non ci sono solo ombre, nella giustizia italiana. Di più: se ogni giorno si compie il miracolo di tanti processi che arrivano in porto, tante udienze che vengono aperte, tanti colpevoli che finiscono in galera e tanti innocenti che ottengono l’assoluzione, è merito di migliaia di persone perbene, giudici, cancellieri, impiegati, fattorini, che si dannano l’anima in condizioni difficilissime. Se non proprio disperate.</p>
<p>Ma certo, anche le luci mostrano quanto sia buio il contesto. Bolzano, che nonostante un buco del 45% negli organici riesce ad aumentare la produttività, ridurre l’arretrato e insieme dimezzare le spese abbattendo addirittura del 60% i costi delle intercettazioni fa apparire ancora più scandalosi i contratti stipulati separatamente dai diversi tribunali per l’affitto delle costose apparecchiature necessarie al «Grande Orecchio », affitto che configurava «uno sconcertante ventaglio dei costi da 1 a 18 per lo stesso servizio». Torino, «capace tra il 2001 e il 2006 di ridurre di un terzo il carico pendente del contenzioso ordinario civile: una performance che, se imitata da tutti i tribunali italiani, in cinque anni avrebbe ridotto di 238 giorni il tempo medio di attesa di una sentenza civile» dimostra quanto siano incapaci di una reazione all’altezza la stragrande maggioranza degli altri uffici, dove si è accumulato un «debito giudiziario» spaventoso: «4 milioni e mezzo di procedimenti civili e 5 milioni di fascicoli penali». Una «macchina» sgangherata e infernale. Che «consuma più di 7,7 miliardi di euro l’anno» e per cosa? «Per impiegare in media 5 anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente; per far prescrivere da 150 a 200mila procedimenti l’anno, record europeo; per incarcerare ben 58 detenuti su 100 senza condanne definitive; per dare ragione o torto in una causa civile dopo più di 8 anni, per decidere in 2 anni un licenziamento in prima istanza; per far divorziare marito e moglie in sette anni e mezzo; per lasciare i creditori in balia di una procedura di fallimento per quasi un decennio; per protrarre 4 anni e mezzo un’esecuzione immobiliare».</p>
<p>Ma certo che ci sono raggi di sole. A Milano, per esempio, dall’11 dicembre 2006 si possono «emettere decreti ingiuntivi telematici. Il risultato del primo anno è stato fare guadagnare a cittadini e imprese richiedenti dai 12 ai 14 milioni di euro: cioè i soldi fatti loro risparmiare, nella differenza tra costo del denaro al 4% e tasso di interesse legale al 2,50%, dal fatto di poter disporre con quasi due mesi d’anticipo dei 700 milioni di euro che costituiscono il valore dei circa 3.500 decreti ingiuntivi emessi. Un effetto leva pazzesco: 100mila euro spesi per investire nella tecnologia, ma già 12-14 milioni di euro di ritorno per la collettività nel primo anno». Qual è la lezione? Ovvio: occorre assolutamente investire sulle nuove tecnologie. Macché. «Fine pena mai» dimostra che, dovendo tagliare e non avendo il fegato di tagliare là dove si dovrebbe ma dove stanno le clientele, le amicizie, le reti di interessi, hanno via via deciso di tagliare in questi anni perfino le email, gli accessi a Internet, l’acquisto di programmi elettronici, la messa a punto di software specifici, l’assistenza informatica.</p>
<p>L’ultimo somaro sa che se non puoi contare su un’assistenza efficiente, addio: il tuo computer può improvvisamente diventare inutile come un’auto senza ruote. Bene: su questo fronte «la disponibilità del ministero per il 2006 copre appena il 5% del fabbisogno annuale ». Auguri. Per non dire del casellario ancora aggiornato in larga parte manualmente e che dovrebbe diventare totalmente informatico quest’anno (e vai!) nonostante dovesse esserlo già dal 1989 (diciotto anni fa) e per questa sua arretratezza ha consentito ad esempio a una nomade «fermata in varie città 122 volte per furti o borseggi, e condannata a segmenti di pena di 6/9 mesi per volta» di totalizzare «in teoria 20 anni di carcere senza mai fare nemmeno un giorno in prigione». Colpa dei ministri di destra e di sinistra che si sono succeduti ammucchiando «troppe riforme» spesso in contraddizione l’una con l’altra. Del Parlamento che ha via via affastellato leggi su leggi votando ad esempio 19 modifiche alla custodia cautelare in tre decenni.</p>
<p>Dei politici che non hanno mai trovato la forza, il coraggio, lo spirito di servizio per dare «insieme» una nuova forma a un sistema giudiziario che ormai è così sgangherato che riesce a recuperare «soltanto dal 3% al 5%» delle pene pecuniarie, con una perdita secca annuale di 750 milioni di euro, cioè sette miliardi in un decennio, «nonché di 112 milioni di euro di spese processuali astrattamente recuperabili ». Così cieco che, taglia taglia, offre per le spese agli uffici giudiziari di Campobasso 138 mila euro e poi ne spende un milione, sette volte di più, per risarcire i cittadini vittime della giustizia troppo lenta anche per mancanza di fondi. E i magistrati? Tutti assolti? Ma niente affatto, risponde Ferrarella. Il quale non fa sconti a nessuno. E se riconosce qualche buona ragione a chi tende a inquadrare certi ritardi «nel contesto», contesto che è «il migliore avvocato difensore » del giudice sotto accusa, non manca di denunciare assurdità che gridano vendetta. Possibile che perfino chi si «dimenticò » in galera 15 mesi un immigrato se la sia cavata con una semplice censura perché «era la prima volta»? Che non abbia pagato dazio neanche chi ha depositato sentenze «riguardanti cause decise più di sette anni prima»? Che 3.612 istruttorie aperte per accertare la responsabilità delle «toghe» in 3.612 casi di indennizzo per processi troppo lenti si siano concluse con 3.612 assoluzioni?</p>
<h6>Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 22 gennaio 2008</h6>
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		<title>I giudici milanesi: «Siamo inutili»</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 00:25:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lettera denuncia per l&#8217;apertura dell&#8217;anno giudiziario I giudici milanesi: «Siamo inutili» «Il 70% dei processi riguarda &#8220;fantasmi&#8221; o reati coperti da indulto» MILANO — «Noi giudici del dibattimento? Lavoratori socialmente inutili. Ci sentiamo come i lavoratori americani degli anni Trenta, quando la logica economica del New Deal creava occupazione solo per consentire di percepire lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Lettera denuncia per l&#8217;apertura dell&#8217;anno giudiziario</h3>
<h1>I giudici milanesi: «Siamo inutili»</h1>
<h2>«Il 70% dei processi riguarda &#8220;fantasmi&#8221; o reati coperti da indulto»</h2>
<p><strong>MILANO</strong> — «Noi giudici del dibattimento? Lavoratori socialmente inutili. Ci sentiamo come i lavoratori americani degli anni Trenta, quando la logica economica del New Deal creava occupazione solo per consentire di percepire lo stipendio da spendere per far ripartire l&#8217;economia depressa: oggi pm, avvocati e giudici percepiscono lo stipendio (tutti dallo Stato) per fornire una giustizia penale del tutto inutile». In vista dell&#8217;inaugurazione dell&#8217;anno giudiziario a fine mese, a levarsi dalle toghe di Milano non è più neanche una protesta, ma «uno stato d&#8217;animo: di inutilità». Descritto da una lettera attorno alla quale in questi giorni sta coagulandosi l&#8217;umore dei 70 giudici dell&#8217;ufficio del dibattimento. Ciascuno di loro, «nonostante le limitazioni alla trattazione delle udienze e le condizioni &#8220;preistoriche&#8221; in cui lavoriamo», nel 2007 ha «deciso 200 processi monocratici, quasi 14.000 processi». Solo che, rimarca la sconfortata riflessione maturata da giudici delle varie sezioni del Tribunale, «per un buon 30% di processi si tratta di assolvere o condannare delle impronte digitali: stranieri mai identificati, che anni fa fornirono alla polizia un nome, ma che sono rimasti &#8220;fantasmi&#8221;».</p>
<p><strong>Poi ci sono gli imputati «identificati ma irreperibili», ignari di giudizi in contumacia</strong> che peraltro la Corte Europea ritiene contrari al «giusto processo». Ma il senso di inutilità «si aggrava se si considera l&#8217;altro 40% di processi che, pur contro imputati identificati e avvisati, riguardano reati per i quali il destino è o la prescrizione o l&#8217;indulto in caso di condanna ». Capolinea anche di molti gravi reati di competenza invece collegiale, «che impegnano ogni giudice per 8/10 udienze al mese, circa 100 giorni l&#8217;anno, in media dalle 9 alle 17», per definire nel complesso «in un anno circa 750 processi, una media di 30 per ogni collegio ».</p>
<p><strong>Processi nei quali, dal maggio 2006 dell&#8217;indulto, «facce più rilassate accolgono una condanna ad una pena rilevante con buona indifferenza</strong>, perché tanto non porterà mai alla carcerazione. L&#8217;unico servizio che provoca condanne e carcere » è «la bolgia dantesca» del «turno delle direttissime: una trentina di arresti al giorno per reati bagatellari, commessi quasi solo da stranieri irregolari che determinano condanne tra i 3 e i 12 mesi», le uniche «tutte rigorosamente espiate». Sia chiaro, spiegano i giudici, «non vogliamo carcere per tutti, né siamo stati tutti contrari alle ragioni dell&#8217;indulto». Ma «un sistema repressivo che non reprime», esemplifica il giudice Ilio Manucci Pacini, «è una fabbrica che non produce, è un ufficio che non rende un servizio che gira a vuoto». Con «lo Stato che paga magistrati, amministrativi, strutture, interpreti, difensori d&#8217;ufficio, notifiche: tutto per sentenze il cui senso ci sfugge». Sottile, affiora qui anche una insofferenza per l&#8217;enfasi posta dal dibattito pubblico quasi solo sui processi sotto i riflettori: «Molti di noi non sono mai andati sui giornali e non ci tengono, non si tratta di desiderio di notorietà. Vorremmo invece che nel dibattito sulle sorti della giustizia si considerassero non solo i processi importanti, ma il funzionamento della macchina nel suo complesso, e le cause delle disfunzioni».</p>
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		<title>Giustizia, debiti record</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 16:36:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>markino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Processi lenti, risarcimenti in aumento. Il Tesoro: troppi 500 milioni all&#8217;anno ROMA — Al Tesoro fino a ieri la chiamavano «operazione aringa», perché ricontrollando da capo a fondo la loro spesa pubblica, i tedeschi avevano scoperto, scandalizzandosi alquanto, che lo Stato ancora dava i contributi decisi da Otto von Bismarck ai pescatori di aringhe nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Processi lenti, risarcimenti in aumento. Il Tesoro: troppi 500 milioni all&#8217;anno</h2>
<p><span style="font-weight: bold">ROMA</span> — <span style="font-weight: bold">Al Tesoro fino a ieri la chiamavano «operazione aringa», perché ricontrollando da capo a fondo la loro spesa pubblica</span>, i tedeschi avevano scoperto, scandalizzandosi alquanto, che lo Stato ancora dava i contributi decisi da Otto von Bismarck ai pescatori di aringhe nel Mare del Nord. Adesso a via XX Settembre hanno deciso di chiamarla semplicemente «revisione della spesa»: c&#8217;è poco da scherzare, perché da noi, da quando è cominciata, più che aringhe saltano fuori bombe a orologeria. Prassi, abitudini e leggi, qualche volta dimenticate, che producono o sono in grado di produrre sul bilancio pubblico effetti semplicemente «raccapriccianti» per dirla con il ministro dell&#8217;Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Meccanismi perversi tipicamente italiani, come la legge Pinto varata nel 2001 dal Parlamento che per accelerare i tempi della giustizia, ed evitare che la Corte di Strasburgo fosse sommersa di ricorsi da parte dei cittadini italiani, riconosceva «un&#8217;equa riparazione» a chi subisce i tempi «non ragionevoli» di un processo. La legge rispondeva alla Convenzione europea dei diritti dell&#8217;uomo, che dà diritto a ogni cittadino ad «un&#8217;equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole davanti a un tribunale indipendente». Nell&#8217;impianto originario della legge Pinto c&#8217;erano anche delle regole che andavano alla radice del problema, cioè accelerare le procedure della macchina giudiziaria. Nel corso della lunga discussione parlamentare, però, vennero cancellate. Ed è rimasto solo il deterrente, cioè l&#8217;istituto del risarcimento. Con il risultato che negli ultimi sei anni i tempi della giustizia sono diventati ancora più lunghi, mentre i risarcimenti della legge Pinto sono diventati sempre più numerosi e costosi.</p>
<p><span style="font-weight: bold">Al punto da rappresentare un altro pesante aggravio di lavoro per la già stracarica e lenta giustizia italiana</span>, e soprattutto un serio rischio per l&#8217;intera finanza pubblica italiana. Una «bolla» da mezzo miliardo di euro l&#8217;anno, pronta a scoppiare. Basta fare due conti, come ha fatto la Commissione tecnica per la spesa pubblica, per rendersene conto. Allo stato la quasi totalità dei circa 50 mila ricorsi civili che giungono annualmente in Cassazione ha superato i cinque anni di pendenza complessiva. E questo significa che almeno 100 mila soggetti l&#8217;anno (perché il risarcimento riguarda tutte le parti in causa, quindi almeno due) hanno potenzialmente diritto all&#8217;indennizzo. Calcolando un risarcimento medio di 4 mila euro a testa e altri mille per per il rimborso delle spese di difesa, «le sole cause introdotte in un anno potrebbero determinare — scrive la Commissione — una spesa di 500 milioni di euro». Mille miliardi di vecchie lire, ed è un calcolo abbondantemente per difetto, perché anche una parte significativa dei 150 mila procedimenti che ogni anno vengono introdotti in appello scivola oltre i cinque anni. Che non è il limite della «ragionevolezza », perché la legge non lo stabilisce con precisione, ma pare che così venga interpretato dagli stessi giudici. Secondo il Tesoro si tratta di un «onere latente», ma a guardar bene mica tanto. Anche perché lo stesso Tesoro non è in grado di dire effettivamente quanto si spende già oggi per la legge Pinto. Nel 2003 i procedimenti per l&#8217;equa riparazione furono poco più di 5 mila con una spesa di 5 milioni. Poi c&#8217;è stata una crescita rapidissima, 8.907 nel 2004, 12.130 nel 2005, 20.560 nel 2006. Il carico di lavoro della magistratura è cresciuto e le risorse stanziate in bilancio per coprire le spese di riparazione si sono rivelate insufficienti. Ogni anno gli esborsi hanno superato di gran lunga gli stanziamenti di bilancio (10 milioni nel 2005, 18 nel 2006), con il risultato che «i risarcimenti che non hanno trovato copertura sono andati ad alimentare il debito sommerso» del ministero della Giustizia, scrive la Commissione sulla spesa pubblica. A quanto ammonti la spesa reale nessuno lo sa: «Importi &#8211; si dice &#8211; di difficile quantificazione». Comunque abbastanza per convincere la Commissione sulla spesa pubblica e il ministro Padoa-Schioppa che occorra far qualcosa. Ma cosa? «La riduzione della durata dei processi è un obiettivo indeclinabile per migliorare le dinamiche della spesa» dice la Commissione. Ma pur essendo «obiettivo prioritario » da tempo i risultati scarseggiano. Negli ultimi vent&#8217;anni lo stock delle cause civili arretrate è triplicato e nel 2004, tra primo e secondo grado, superava i 3 milioni di procedimenti. Nello stesso periodo i processi penali sono raddoppiati, e così la durata media: dal 1975 al 2004 la lunghezza delle cause civili è cresciuta del 90%, e per quelle di contenuto economico, addirittura, del 97% (la media attuale è di circa 2.700 giorni di durata). In Corte d&#8217;Appello, il carico di lavoro dei magistrati ha segnato solo una marginale flessione nel 2004, ma nel 2005 la crescita dell&#8217;arretrato è ripresa superando ogni record. E sarebbe continuata inesorabilmente anche nel 2006 e nell&#8217;anno in corso.</p>
<p id="rectangle right" class="right"><!-- OAS AD '180x150'begin --><script type="text/javascript">     <!-- OAS_AD(\'Bottom1\'); //--></script><a target="_blank" href="http://oas.rcsadv.it/5c/corriere.it/pp/cronache/533485873/Bottom1/default/empty.gif/35316430346162393435613764626530"><img border="0" width="2" src="http://a248.e.akamai.net/6/592/1130/0/oas-eu.247realmedia.com/0/default/empty.gif" height="2" /></a> <!-- OAS AD '180x150' end --></p>
<p><span style="font-weight: bold">Del resto, finora nessuno ha mai messo le mani sui veri fattori che determinano le lentezze della macchina giudiziaria</span>, alcuni dei quali sono stati messi a nudo dalla stessa Commissione sulla spesa pubblica, come la remunerazione degli avvocati (che dovrebbe essere basata su formule di forfettizzazione, invece che a prestazione) o il sottodimensionamento degli uffici giudiziari. Oggi, comunque, l&#8217;unica soluzione a portata di mano per mettere al sicuro la finanza pubblica dai danni del «processo irragionevole» sembra essere quella di riconsiderare la legge. Disinnescare la bomba, quindi. «E&#8217; opportuno e urgente una rivisitazione della legge» dice la Commissione. Perché «persistendo l&#8217;attuale situazione esiste un rischio di generalizzata duplicazione dei giudizi di merito di durata &#8220;irragionevole&#8221; con giudizi di equa riparazione, con costi elevatissimi e indebolimento ulteriore della capacità del sistema di rispondere alla domanda di giustizia».</p>
<h6 class="footnotes">Mario Sensini, Corriere della Sera, 16 dicembre 2007</h6>
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